LunedìCinemaCineforum 2018 -2019
    

LA STORIA D'ITALIA IN PELLICOLA
Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)


Alcune frasi che Pasolini pronuncia nel documentario di Amaury Voslion Salò d’hier à aujourd'hui, realizzato durante le riprese di Salò e le 120 giornate di Sodoma e incluso come extra nell'edizione in dvd francese: «Il sadomasochismo c’è sempre stato, ma ciò che mi interessa è altro: nel mio film il sesso è il rapporto tra il potere e chi gli è sottoposto. Il sadomasochismo di Sade rappresenta ciò che il potere fa del corpo umano, la mercificazione del corpo, la riduzione del corpo a cosa. Quindi l’annullamento della personalità dell’altro. È un film sul potere e sull'anarchia del potere, il potere fa ciò che vuole, è del tutto arbitrario... Anche un film sull'inesistenza della storia, almeno come la percepiamo noi europei. Vale per tutti i tempi. Ma detesto il potere di oggi, che manipola i corpi in un modo orribile che non ha niente da invidiare a Hitler o a Himmler. Li manipola trasformandone la coscienza, istituendo valori falsi, come il valore del consumo, quello che Marx chiama il genocidio delle culture precedenti».

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo PasoliniSe la storia è «inesistente», Salò vive solo in un presente assoluto. Sul Meridiano Mondadori dedicato agli scritti Per il cinema Pasolini afferma: «Siamo dentro quel presente in modo ormai irreversibile... Viviamo ciò che succede oggi, la repressione del potere tollerante, che, di tutte le repressioni, è la più atroce. Niente di gioioso c’è più nel sesso. I giovani sono o brutti o disperati, cattivi o sconfitti... Questo è il ‘vissuto’. Certo non ne posso prescindere. È uno stato d’animo. È quello che cova nei miei pensieri e che soffro personalmente... Il sesso in Salò è una rappresentazione, o metafora, di questa situazione che viviamo in questi anni: il sesso come obbligo e bruttezza» (Pasolini 3, pp. 2064-2065).

L’idea di Sade arriva a Pasolini in modo indiretto: la trasposizione del libro viene inizialmente proposta a Sergio Citti, suo collaboratore storico. Alle prime stesure del copione partecipa anche Pupi Avati. Sempre nel documentario di Amaury Voslion Pasolini afferma: «Ho lavorato con Citti alla sceneggiatura dandogli una struttura a gironi, dantesca, che probabilmente era già nell'idea di De Sade. Gli ho dato questa verticalità, poi lavorando Citti si è disamorato e io invece me ne innamoravo, e l’illuminazione è stata l’idea di trasportare Sade nel 1944 a Salò e ho visto la coreografia fascista. È stato lo schema formale, l’idea del film che non è esprimibile a parole». Stando a tutti i racconti d’epoca, la lavorazione è serena e persino divertente. L’aiuto regista Umberto Angelucci: «Lì l’ho visto divertirsi sul set con la troupe, precedentemente non era così. Durante questo film una volta mi disse che era molto in dubbio se fare più film, poi però aggiunse che probabilmente no, avrebbe continuato, ‘perché quello che mi mancherebbe è il contatto con queste persone tutte diverse che formano la troupe’» (Faldini-Fofi 3, p. 13). (...)

 

L’allegria sul set si traduce nella tremenda angoscia della visione. Rivedere Salò per scrivere queste righe è stata un’esperienza terribile. Non tanto per ciò che il film mostra – estremo nel 1975 e quasi «normale» oggi, dopo decenni di cinema splatter – quanto per lo stato d’animo che comunica. Salò è il film di un artista (di un uomo) disperato per il mondo che lo circonda. 
Anche nella famosa «abiura» della Trilogia della vita, scritta nella stessa estate in cui lavora al film, Pasolini è chiarissimo quando parla dei propri critici: Non si accorgono della valanga di delitti che sommerge l’Italia: relegano questo fenomeno nella cronaca e ne rimuovono ogni valore. Non si accorgono che non c’è alcuna soluzione di continuità tra coloro che sono tecnicamente criminali e coloro che non lo sono: e che il modello di insolenza, disumanità, spietatezza è identico per l’intera massa dei giovani. Non si accorgono che in Italia c’è addirittura il coprifuoco, che la notte è deserta e sinistra come nei più neri secoli del passato... Non si accorgono che la liberalizzazione sessuale anziché dare leggerezza e felicità ai giovani e ai ragazzi, li ha resi infelici, chiusi, e di conseguenza stupidamente presuntuosi e aggressivi... 

     Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)


da: 
Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)

 
 

 

   Scheda 

      Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini   
     
PRODUZIONE Italia, Francia  
ANNO 1975  
DURATA 117'  
COLORE Colore  
RAPPORTO 1,85:1  
GENERE Grottesco, Drammatico  
REGIA Pier Paolo Pasolini    

INTERPRETI E PERSONAGGI


  • Paolo Bonacelli: Duca
  • Giorgio Cataldi: Monsignore
  • Uberto Paolo Quintavalle: Eccellenza
  • Aldo Valletti: Presidente
  • Caterina Boratto: signora Castelli
  • Elsa De Giorgi: signora Maggi
  • Hélène Surgère: signora Vaccari
  • Sonia Saviange: pianista
  • Marco Lucantoni: prima vittima (maschio)
  • Sergio Fascetti: vittima (maschio)
  • Bruno Musso: vittima (maschio)
  • Antonio Orlando: vittima (maschio)
  • Claudio Cicchetti: vittima (maschio)
  • Franco Merli: vittima (maschio)
  • Umberto Chessari: vittima (maschio)
  • Lamberto Book: vittima (maschio)
  • Gaspare Di Jenno: vittima (maschio)
  • Giuliana Melis: vittima (femmina)
  • Faridah Malik: vittima (femmina)
  • Graziella Aniceto: vittima (femmina)
  • Renata Moar: vittima (femmina)
  • Dorit Henke: vittima (femmina)
  • Antiniska Nemour: vittima (femmina)
  • Benedetta Gaetani: vittima (femmina)
  • Olga Andreis: vittima (femmina)
  • Tatiana Mogilansky: figlia
  • Susanna Radaelli: figlia
  • Giuliana Orlandi: figlia
  • Liana Acquaviva: figlia
  • Rinaldo Missaglia: collaborazionista (soldato)
  • Giuseppe Patruno: collaborazionista (soldato)
  • Guido Galletti: collaborazionista (soldato)
  • Efisio Etzi: collaborazionista (soldato)
  • Claudio Troccoli: collaborazionista (repubblichino di leva)
  • Fabrizio Menichini: collaborazionista (repubblichino di leva)
  • Maurizio Valaguzza: collaborazionista (repubblichino di leva)
  • Ezio Manni: collaborazionista (repubblichino di leva)
  • Paola Pieracci: ruffiana
  • Carla Terlizzi: ruffiana
  • Anna Maria Dossena: ruffiana
  • Anna Recchimuzzi: ruffiana
  • Ines Pellegrini: serva nera
 

DOPPIATORI ITALIANI
  • Giorgio Caproni: Monsignore
  • Aurelio Roncaglia: Eccellenza
  • Marco Bellocchio: Presidente
  • Laura Betti: signora Vaccari
 
SOGGETTO Pier Paolo Pasolini (da Le 120 giornate di Sodoma delMarchese de Sade e dagli scritti di Roland Barthes e Pierre Klossowski)  
CASA DI PRODUZIONE Alberto GrimaldiAlberto De StefanisAntonio Girasante (ultimi due non accreditati)  
SCENEGGIATURA Pier Paolo PasoliniSergio CittiPupi Avati (collaboratori non accreditati)  
FOTOGRAFIA Tonino Delli Colli  
MONTAGGIO Nino BaragliTatiana Casini MorigiEnzo Ocone  
EFFETTI SPECIALI Alfredo Tiberi
 
MUSICHE Pier Paolo PasoliniEnnio Morricone  
SCENOGRAFIA Dante Ferretti  
COSTUMI Danilo Donati  
     


 

 

 

 LunedìCinemaCineforum 2018 -2019
    

LA STORIA D'ITALIA IN PELLICOLA
Nell'anno del Signore (1969)

Nell’anno del Signore
si svolge nel 1825, durante il pontificato di Leone XII. Numerosi personaggi sono realmente esistiti: i due carbonari Leonida Montanari e Angelo Targhini, che attentano alla vita del principe Filippo Spada e sono condannati a morte; il cardinale Agostino Rivarola, l’eminenza grigia che li manda al patibolo. È realistico il contesto, compresa la feroce persecuzione degli ebrei che è una sorta di trama secondaria essenziale nel film (è ebreo il personaggio di Giuditta, interpretato da Claudia Cardinale). Esiste, ovviamente, Pasquino: è la più famosa delle «statue parlanti» di Roma, la voce del popolo, un «chiacchierone di pietra che non dorme mai». Non è forse mai esistito un solo Pasquino, ma Magni lo inventa e ne fa il cuore del film: è il personaggio di Cornacchia, il ciabattino analfabeta che sa leggere e scrivere («curioso assai ma bbono a sapesse», dicono gli sgherri papalini quando lo scoprono) interpretato da Manfredi con un’adesione meravigliosa, un’ironia dolente che ne fa una figura indimenticabile. La ribellione, nel film, è duplice: i carbonari tramano, Pasquino – il «satirico epigrammatico misterioso» – parla e dà voce al malcontento collettivo.

Nell'anno del Signore (1969)La struttura ideologica del film è chiarissima. C’è il potere costituito, la Chiesa, il papa. C’è un’opposizione popolare, «morale», che però con tale potere è costretta a convivere (Cornacchia ripara le scarpe al cardinale Rivarola). E c’è una ribellione tutta politica – i carbonari – che però manca di ogni legame con la realtà. «I nobili fanno la rivoluzione come la caccia alla volpe, perché s’annoiano, mica perché je serve», dice Cornacchia. Montanari lo compatisce: «Bisogna capirlo, non è colpa sua. Gli manca l’istruzione»; «E a voi ve manca er popolo», ribatte il ciabattino con una delle poche battute fin troppo didascaliche del film. La posizione di Magni rispetto ai suoi personaggi è al tempo stesso sfumata e chiarissima.
C’è rispetto per i carbonari, per il loro coraggio nell'andare a morire. In almeno due momenti, Montanari parla come un poeta della rivolta: «Chi fa la rivoluzione non se deve portà niente appresso. Amori, affetti, tutte palle de cannone legate al piede. Il rivoluzionario è come un santo: lascia tutto, e invece della croce pija er cortello e s’incammina»; o quando, un attimo prima di essere decapitato, filosofeggia sul fatto che la ghigliottina sia l’unico lascito della Rivoluzione francese accettato dai papi, e chiosa, rivolto al boia: «Mastro Titta, siete l’uomo più moderno de Roma. Il futuro è vostro». Il suo commiato – «bonanotte popolo» – riflette l’amara delusione per una ribellione dal basso che non si è verificata.

Ma, ci dice Magni, il popolo ha ragione. Il popolo è Cornacchia/Pasquino, è Giuditta, sono i ragazzini ebrei che il predicatore inviato a convertirli definisce «brutti zozzoni porci maledetti». Magni sta con Pasquino, Magni «è» Pasquino. Il giudizio sui carbonari è tutto nella strepitosa sequenza in cui Cornacchia raggiunge i congiurati per informarli che Filippo Spada ha fatto la spia. Gli chiedono la parola d’ordine e la sua risposta vale tutto il film: «A ’mbecilli! Ma che se chiede la parola d’ordine ar primo che passa?». E quando gli chiedono se è carbonaro come loro, risponde: «Non cominciamo a confonne. Voi fate la rivoluzione io fo er carzolaro, ognuno se fa gli affari sua». In questa scena e in un’altra lapidaria battuta («Vonno cospira’ e so’ fregnoni») c’è il giudizio di Magni sul ’68: una rivoluzione mancata perché fatta senza l’appoggio del popolo. Forse Magni la pensa come Pasolini, sui sessantottini figli di papà; sicuramente la pensa come il Pci a proposito della priorità della questione operaia rispetto a quella studentesca.

Ma soprattutto Magni sa che il potere – appartenga al papa o alla Dc – è feroce. Come dice il colonnello Nardoni, «il governo mica è un uomo, è una cosa astratta, quando t’ammazza il governo è come se non t’ammazzasse nessuno». Contro questo potere non si va come dei santi, serve la lucidità della politica: «Ecco la rovina nostra, er cataclisma de li popoli: er core. E quando lo buttamo giù er padrone se continuiamo a annà in giro cor core in mano?». È l’ultima lezione di Cornacchia al suo successore Bellachioma, prima di entrare in convento – cioè in clandestinità, «vado a fa’ la serpe in seno». Il personaggio rientra nel mito dal quale proviene (Cohn-Bendit docet), il film si confronta con la realtà: esce il 24 ottobre 1969 ed è un successo incredibile, per la prima volta alcuni cinema di Roma organizzano proiezioni speciali all’una di notte; ma dopo nemmeno due mesi, il 12 dicembre, mentre Nell’anno del Signore è ancora in sala, scoppia la bomba di piazza Fontana, a Milano. A distanza di decenni, anche per quei morti valgono le parole di Nardoni: è come se non li avesse ammazzati nessuno.

     Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)


da: 
Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)

 
 

 

   Scheda 

      Nell'anno del Signore (1969) di Luigi Magni   
     
PRODUZIONE Italia, Francia  
ANNO 1969  
DURATA 120'  
COLORE Colore  
RAPPORTO 1,33:1  
GENERE Drammatico, storico  
REGIA Luigi Magni    

INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Nino Manfredi: Cornacchia/Pasquino
  • Enrico Maria Salerno: Colonnello Nardoni
  • Claudia Cardinale: Giuditta Di Castro
  • Robert Hossein: Leonida Montanari
  • Renaud Verley: Angelo Targhini
  • Alberto Sordi: Frate
  • Stelvio Rosi: ufficiale guardie
  • Pippo Franco: Bellachioma
  • Ugo Tognazzi: Cardinal Rivarola
  • Enzo Cerusico: uno dei carbonari
  • Britt Ekland: Principessa Spada
  • Stefano Oppedisano: ragazzo ubriaco
  • Franco Abbina: Principe Spada
  • Marco Tulli: il capitano delle guardie
 
DOPPIATORI ITALIANI
  • Giuseppe Rinaldi: Leonida Montanari
  • Massimo Turci: Angelo Targhini
  • Rita Savagnone: Giuditta
  • Maria Pia Di Meo: Principessa Spada
  • Pino Locchi: Bellachioma
  • Gualtiero De Angelis: prete e frate del convento
  • Ferruccio Amendola: oste
  • Franco Latini: Principe Spada
  • Max Turilli: il capitano delle guardie
 
PREMI David di Donatello 1970miglior attore protagonista (Nino Manfredi)  
SOGGETTO Luigi Magni  
CASA DI PRODUZIONE San Marco Cinematografica, Les Film Corona, Francos Film  
SCENEGGIATURA Luigi Magni  
FOTOGRAFIA Cardilli Dante  
MONTAGGIO Ruggero Mastroianni  
EFFETTI SPECIALI Cardilli Mario
 
MUSICHE Armando Trovajoli  
SCENOGRAFIA Carlo EgidiJoseph Hurley  
COSTUMI Lucia Mirisola  
     


 

 

 

 LunedìCinemaCineforum 2018 -2019
    

«LIBERI DA DENTRO» - BIBLIOTECA RIVA DEL GARDA
Mery per sempre (1989)

 

Al riformatorio Malaspina di Palermo il degrado e la disperazione sono le uniche realtà con cui ci si confronta, e ci si scontra, quotidianamente. Solo contro tutti, il professor Marco Terzi cercherà di conquistare la fiducia di un gruppo di ragazzi dal passato tragico e turbolento e d’infondere in loro un barlume di speranza e d’umanità.

Basato sull'omonimo romanzo di Aurelio Grimaldi, Mery per sempre di Marco Risi offre uno spaccato di vita all'interno di un’istituzione carceraria minorile e punta il dito accusatorio su una società perennemente assente e inadeguata ad espletare il proprio ruolo (ri)educativo e formativo. Imbrigliati in una subcultura delinquenziale di stampo mafioso, i giovani reclusi sono al tempo stesso fautori e vittime di un’ineluttabile spirale omertosa che li avvolge e li travolge verso l’abisso morale, etico ed esistenziale. Complici di tale brutalità e squallore sono le altrettanto criminose ed a volte ingiustificate imposizioni comportamentali e gerarchiche all'interno di un riformatorio che mira alla completa privazione di ogni forma di libertà e solidarietà tra i detenuti.

Mery per sempre (1989) di Marco RisiVoce fuori dal coro, il professor Marco Terzi incarna quel grido d’indignazione verso il muro di gomma che permea l’intera struttura carceraria, ma non solo, e s’impegna ad offrire uno spiraglio di riscatto per mezzo della più sincera e sentita comprensione. Avvalendosi di ambientazioni autentiche e di un taglio registico di matrice neorealista, Risi sapientemente alterna attori professionisti e non al mero scopo di far trasparire quell'ineffabile codice sull'omertà che tanto condiziona i pensieri e le azioni dei giovani protagonisti.
Allo stesso modo, il cineasta milanese non disdegna registri e stilemi tipici del melodramma nel delineare e sottolineare la drammaticità e la tensione emotiva che scaturiscono da alcuni aspetti di vita vissuta, tra i quali spiccano la morte di un giovane ex carcerato durante una rapina e la toccante odissea di (auto)accettazione e (re)inserimento in società della giovane transessuale Mery.

Lo stesso finale denso di significato e foriero di una qualche speranza fa intravvedere una tenue consapevolezza in un destino migliore e una riconsiderazione delle regole etiche e morali all'interno del riformatorio. Tuttavia, ciò che attende questi ragazzi al di fuori delle mura carcerarie è assai più duro e spietato della vita da reclusi. L’incontro scontro con un mondo fatto di povertà e silenzi è difficile da debellare e ci sarà sempre un cliente fuori e in attesa di Mery.

di Giulio Giusti
Da:
http://www.mediacritica.it 


 
 

 

   Scheda 

         Mery per sempre (1989) di Marco Risi
     
PRODUZIONE Italia   
ANNO 1989  
DURATA 102'   
GENERE Drammatico   
REGIA Marco Risi     

INTERPRETI E PERSONAGGI


Michele Placido: Marco Terzi
Claudio Amendola: Pietro Giancona
Francesco Benigno: Natale Sperandeo
Alessandra Di Sanzo: Mario "Mery" Libassi
Tony Sperandeo: Turris, guardia carceraria
Giovanni Alamia: Marra, guardia carceraria
Roberto Mariano: Antonio Patanè
Maurizio Prollo: Claudio Catalano
Luigi Maria Burruano: Franco D'Annino "il Cliente"
Filippo Genzardi: Matteo Mondello
Alfredo Li Bassi: Carmelo Vella
Salvatore Termini: Giovanni Trapani, "King Kong"
Andrea De Luca: Alessandro, ragazzo carcerato
Gianluca Favilla: Direttore del riformatorio
Aurora Quattrocchi: Madre di Mery
Marco Crisafulli: Davide Varelli
Carlo Berretta: Salvatore Sperandeo
Pippo Augusta: Padre di Mery

 
SOGGETTO Aurelio Grimaldi  
SCENEGGIATURA Aurelio Grimaldi, Sandro Petraglia, Stefano Rulli   
FOTOGRAFIA Mauro Marchetti  
MONTAGGIO Claudio Di Mauro  
MUSICHE Giancarlo Bigazzi   
COSTUMI Roberta Guidi Di Bagno  
     
       


 

 

 

 LunedìCinemaCineforum 2018 -2019
    

«LIBERI DA DENTRO» - BIBLIOTECA RIVA DEL GARDA
Cesare deve morire (2012)


Roma, carcere di Rebibbia. I detenuti di massima sicurezza recitano Shakespeare: all'interno del carcere, infatti, viene messo in scena un particolare allestimento del 'Giulio Cesare' in cui sentimenti e personaggi vivranno sulla scena con gli attori e nelle celle con i detenuti.

"La coppia di registi pisani, è stato notato, pareva adagiata da decenni, su un cinema piuttosto accademico, mentre 'Cesare deve morire' (...) è indubbiamente uno dei loro lavori più sperimentali e curiosi. I due fratelli ultraottantenni si sono imbarcati in un film piccolo e agile. Non hanno solo ripreso le prove e la messa in scena di un 'Giulio Cesare' di Shakespeare con i detenuti di Rebibbia, ma hanno contaminato realtà e finzione, rielaborando le reazioni degli «attori» davanti all'arte, sfruttando l'energia e il transfert di queste vite nel dramma. Il successo di critica (italiana) e la vittoria a Berlino ci dicono forse un paio di cose, sul cinema italiano e non solo.
La prima riguarda la possibilità e la necessità di un cinema «leggero». I Taviani hanno intuito che una delle poche vie praticabili, oggi in Italia, sono le produzioni poco ingombranti, che permettano un confronto con la vita senza subire i contraccolpi di una realtà produttiva sempre più in crisi. (...) Che, nel film dei Taviani, le battute di Shakespeare in bocca a condannati per associazione mafiosa o spaccio suonino credibili, ci conferma che le tragedie moderne sembrano stare di casa più tra sottoproletarie marginali che in ambienti piccolo o alto-borghesi (...). Dopo tutto, in un altro carcere, a Volterra, un grande teatrante visionario come Armando Punzo crea da oltre vent'anni spettacoli belli e importanti mettendo in scena proprio questo dualismo. Una realtà che contraddice Aristotele quando sosteneva che la tragedia, diversamente dalla commedia, deve raccontare persone 'migliori di noi'."
(Emiliano Morreale, 'Venerdì di Repubblica', 2 marzo 2012)


Cesare deve morire (2012)"I Taviani e il teatro di Shakespeare. Trasformato in cinema - in un grande cinema - con la trovata geniale di far rappresentare uno dei suoi drammi più celebri, il 'Giulio Cesare', da detenuti di un carcere romano, quello di Rebibbia.
Si comincia a colori. Con la ricerca fra i detenuti di quelli che potrebbero recitare in uno spettacolo che dovrà svolgersi tra le mura del carcere. Poi, in uno splendido bianco e nero esaltato dal digitale, inizia il dramma. Con i suoi interpreti che, scortati, lasciano le loro celle per partecipare alle prime prove in un palcoscenico improvvisato: le parti imparate a memoria, le battute dei primi atti, con un'altra splendida trovata, quella di lasciare che i singoli 'attori' si esprimano nei loro dialetti d'origine, in maggioranza meridionali, non solo non sminuendo quel testo quasi sacro ma, anzi, dotandolo di una vitalità e di sapori di cronaca dal vero di cui doveva far sfoggio quasi soltanto quando si recitava al Globe Theatre nell'inglese del Seicento.
Allo snodarsi di fronte a noi della vicenda raccontata da Shakespeare, Paolo e Vittorio Taviani hanno qua e là accompagnato l'enunciato di piccoli casi privati di questo o quel detenuto coronati, a un certo momento, dalla constatazione che alcuni di loro fanno sulla contemporaneità di situazioni, per qualcuno anche personali, incontrate in un testo pur distante secoli da loro: quasi a testimoniare dell'eternità dell'arte. Si segue con il fiato sospeso. Certo, grazie a Shakespeare, ma anche per quella interpretazione diretta, anzi, addirittura nuda che, nonostante queste o forse proprio per questo, ad ogni svolta, ad ogni battuta è di una intensità sempre lacerante. Specie quando, per rappresentarci il coro dei Romani prima e dopo l'uccisione di Cesare, non si muovono masse in scena, ma si fanno ascoltare le invettive e le grida di altri detenuti affacciati numerosi da finestre con le sbarre. (...) L'ultimo 'Giulio Cesare' che ho visto al cinema è stato quello di Mankiewicz, nel '53, con Marlon Brando. Da oggi ricorderò con altrettanta ammirazione quello dei fratelli Taviani, con Antonio Frasca."
(Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 2 marzo 2012)


"Dopo i trionfi berlinesi (Orso d'oro, meritatissimo) arriva per 'Cesare deve morire' il momento della verità: l'incontro con il pubblico. La palla passa a voi, cari spettatori: abbiate coraggio, non fidatevi dei luoghi comuni e dei cattivi consiglieri. Vi sussurreranno: Shakespeare, girato in carcere, in bianco e nero, sai che palle! Niente di più falso!!! Innanzi tutto la durata del film (76 minuti compresi i titoli di coda, poco più di un'ora) è già garanzia di capolavoro. Inoltre, ai fratelli Taviani riesce un miracolo calare i versi del Giulio Cesare nella quotidianità dei reclusi di Rebibbia, come fossero i loro pensieri, il loro inconscio, la loro vita."
(Alberto Crespi, 'L'Unità', 2 marzo 2012)

 
 

 

   Scheda 

         Cesare deve morire (2012) di Paolo e Vittorio Taviani
     
PRODUZIONE Italia   
ANNO 2012  
DURATA 76'  
COLORE B/N, Colore  
RAPPORTO 1:1,85  
GENERE Drammatico, documentario  
REGIA Paolo e Vittorio Taviani    
SOGGETTO Giulio Cesare di William Shakespeare  


INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Cosimo Rega: Cassio
  • Salvatore Striano: Bruto
  • Giovanni Arcuri: Cesare
  • Antonio Frasca: Marcantonio
  • Juan Dario Bonetti: Decio
  • Vincenzo Gallo: Lucio
  • Rosario Majorana: Metello
  • Francesco De Masi: Trebonio
  • Gennaro Solito: Cinna
  • Vittorio Parrella: Casca
  • Pasquale Crapetti: legionario
  • Francesco Carusone: indovino
 
SCENEGGIATURA Paolo e Vittorio Taviani in collaborazione con Fabio Cavalli  
CASA DI PRODUZIONE Kaos Cinematografica, in collaborazione con Stemal Entertainment, Le Talee, La ribalta - Centro Studi Enrico Maria Salerno, Rai Cinema  
FOTOGRAFIA Simone Zampagni  
MONTAGGIO Roberto Perpignani  
MUSICHE Giuliano Taviani, Carmelo Travia  
     
       


 

 

Informazioni aggiuntive