LunedìCinema - Cineforum 2017 | 2018
    

CINEMA E ARCHITETTURA
Twilight (1998)

  

Harry (Paul Newman), vecchio detective privato ed ex poliziotto, è ormai prossimo alla pensione e a godersi gli ultimi anni della sua vita in compagnia dell'amico Jack (Gene Hackman), da tempo sofferente di cancro, e della moglie di quest'ultimo, Catherine (Susan Sarandon). Quando Jack sospetta di essere ricattato, ingaggia Harry affinché faccia chiarezza sulla faccenda, che si rivelerà più contorta del previsto.

TwilightScritto da Robert Benton e dallo scrittore Richard Russo, questo thriller con punte noir, avvolto dalle calde e vorticose musiche di Elmer Bernstein, dimostra di funzionare molto più sulla carta che sulla pellicola: lo script, infatti, è impeccabile e descrive perfettamente le dinamiche dei tre protagonisti, donando loro un fascino a dir poco irresistibile.
D'altro canto la regia, benché sfrutti abilmente il carisma e i corpi di Paul Newman, Gene Hackman e Susan Sarandon, s'inceppa più volte a esaltare l'aspetto meramente attoriale, dimenticando il resto: poco spazio è affidato alla notturna Los Angeles, che da sola è già un irresistibile espediente narrativo, così come all'intreccio, risolto un po' troppo precipitosamente, anche per l'ingresso di un numero di personaggi secondari che non lasciano il segno come dovrebbero. Fotografia di Piotr Sobocinski.

Compare nel film il complesso denominato Eaglefeather, situato sulle colline di Malibu in un'area di 120 acri progettato da Wright. La costruzione del complesso -caratterizzato dall'uso della pietra locale e del legno- era cominciata nel 1940 ma subì un brusco arresto nel 1946. La casa principale non venne quindi mai realizzata ma vennero comunque completate la casa del guardiano, l'ala dedicata ai bambini e lo studio. Oltre all'edificio di Wright, sono presenti altre interessanti architetture fra cui la casa che Cedric Gibbons disegnò per sé e Delores Del Rio a Santa Monica nel 1929 e una casa progettata da John Lautner –già collaboratore di Wright- sulle colline di Hollywood, affacciata sulla San Fernando Valley.

  da: http://www.longtake.it


 
 

 

   Scheda film  

         Twilight
     
TITOLO ORIGINALE Twilight  
PRODUZIONE USA  
ANNO 1998  
DURATA 94'   
COLORE Colore  
AUDIO Dolby Digital  
RAPPORTO 1,85 : 1   
GENERE Thriller, Noir  
REGIA Robert Benton    

INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Paul Newman: Harry Ross
  • Susan Sarandon: Catherine Ames
  • Gene Hackman: Jack Ames
  • Reese Witherspoon: Mel Ames
  • Stockard Channing: Verna Hollander
  • James Garner: Raymond Hope
  • Giancarlo Esposito: Reuben Escobar
  • Liev Schreiber: Jeff Willis
  • Margo Martindale: Gloria Lamar
  • John Spencer: Capitano Phil Egan
  • M. Emmet Walsh: Lester Ivar
 


DOPPIATORI
ITALIANI
 
  • Carlo Sabatini: Harry Ross
  • Rossella Izzo: Catherine Ames
  • Sergio Fiorentini: Jack Ames
  • Pietro Biondi: Raymond Hope
  • Myriam Catania: Mel Ames
  • Manuela Andrei: Verna Hollander
 
SCENEGGIATURA Robert Benton, Richard Russo  
FOTOGRAFIA Piotr Sobocinski  
MONTAGGIO Carol Littleton  
MUSICHE Elmer Bernstein  
SCENOGRAFIA David Gropman  
     
       

  

 

 

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CINEMA E ARCHITETTURA
La notte (1960)

  

Nei lunghi piani dove l’interesse si sposta dall’azione a corpi e ambienti il tempo assume una gravità che spesso sembra opprimere lo spettatore. Una sensazione apparentemente negativa che è invece una delle peculiarità dell’innovativo linguaggio cinematografico di Antonioni: trasmettere attraverso l’immagine la psicologia dei personaggi delineandone il lato emotivo che si trasferisce dallo schermo allo spettatore. Definito il film dell’”incomunicabilità”, La Notte riesce a farci percepire la stessa gabbia invisibile che attanaglia i suoi protagonisti, la parziale incapacità di comprenderla e quindi di rifuggirla. 
L’intero film diventa una sorta di vetrina dove i corpi si dispongono come automi, ignari della loro esistenza, incapaci di carpire la realtà di un mondo che basandosi sulla falsità e la precarietà dei rapporti si fa di giorno in giorno più fittizio; le mura che s’ innalzano tra i personaggi, nella società come nella coppia, si rivelano spesso nei piani dove la cinepresa si allontana tanto da creare un vuoto fisico che mima quello psicologico e il quadro si compone tra grandi pareti bianche e i soggetti che vicini ad esse diventano sempre più piccoli, inutili all'occhio della macchina come alla loro stessa vita. Dalla forma di dramma psicologico non trapela insofferenza verso la società ma immobilità, la noia di chi non riesce a ribellarsi all'ambiente, solo apparentemente vitale, che lo circonda. Siamo nella dolce vita milanese dei primi anni sessanta, dominata da imprenditori bramosi di vivere un eterno presente dove gli intellettuali privi di coscienza e amanti della mondanità altro non sono che orpelli per miliardari annoiati.
La Notte - Michelangelo AntonioniLa Notte del titolo fa riferimento al centro narrativo del film, la festa in villa in onore di un cavallo da corsa. L’intera sequenza che ricorda insieme sia La Dolce Vita (girato nello stesso periodo) che La Règle du Jeu di Jean Renoir è un lungo delinearsi di quest’ambiente borghese sull'orlo del collasso. (...) 
Questo gioco tra noia e vitalità, verità e menzogna sembra incidersi fin dai titoli di testa dove la lunga panoramica su una Milano in fermento si chiude dissolvendosi sul volto di un uomo in fin di vita. La morte, reale, rispecchia la morte inconsapevole di una società che muove i suoi primi passi. Tommaso, amico di Lidia e Giovanni avverte solo alla fine dei suoi giorni quello che i personaggi ancora non riescono a comprendere, la vita così vissuta è una menzogna che inviluppa gli uomini senza che questi se ne accorgano. “E’ incredibile come non si ha voglia di fingere ad un certo momento” sono le parole di Tommaso che sembrano non sfiorare Giovanni ma che nel profondo toccano Lidia.
La donna è spesso nei film di Antonioni l’unica in grado di cogliere un senso di malessere della società riflesso però dallo schermo del microcosmo della crisi coniugale; in questo caso l’unica a percepire qualcosa è proprio Lidia, interpretata da un’imperturbabile Jeanne Moreau, la sua crisi esistenziale cerca da un lato di smuoverla, di riportarla all'azione ma dall'altro la blocca all'interno della coppia. Se ne Il Deserto Rosso, la crisi della protagonista sarà compresa, elaborata e manifestata nella nevrosi, quella di Lidia si risolverà solo nell'esteriorità, nella ricerca di un nuovo sentimento d’amore per il marito.

L’incipit de La notte ci mostra l’angolo curvilineo dello storico palazzo di piazza IV Novembre prospetticamente affiancato al Pirellone; segue una carrellata di Milano dall'alto, verso la Stazione Centrale, ripresa da un ascensore che scende dal Pirellone stesso. Antonioni propone frammentate e fredde inquadrature di capolavori dell’architettura moderna che rafforzano la distaccata inquietudine e crisi dei personaggi.
La clinica presso la quale è ricoverato Tommaso, l’amico di Giovanni/Mastroianni e della moglie Lidia/Moreau, è in realtà l’innovativo Condominio XXI aprile di Mario Asnago e Claudio Vender del 1950. Il regista riprende il fronte esterno del volume basso su via Lanzone verso Palazzo Visconti, l’ingresso principale lungo il prospetto est del volume interno maggiore e altri scorci delle fronti interne. Il paesaggio urbano che si osserva dalle finestre della clinica non corrisponde all'esterno del condominio. L’itinerario prosegue in corso Europa – si riconosce l’edificio per uffici di Ludovico Magistretti del 1955-57 – in corso di Porta Vittoria e nel controcampo di via Respighi con un primo accenno alla casa albergo di Luigi Moretti, poi in via Senato verso piazza Cavour.
La Notte - Michelangelo AntonioniI percorsi di Giovanni e Lidia si incrociano nel montaggio filmico. Giovanni torna a casa: vediamo il citato edificio per uffici di Soncini e Pestalozza e il Pirellone. L’ingresso dell’abitazione, in un basamento comune ad alcuni edifici a torre, corrisponde all'edificio in angolo tra via Pirelli e via Fara. Giovanni si affaccia dal prospetto minore, interamente loggiato, verso via Pirelli e scambia qualche parola con una vicina, osserva gli edifici di fronte e un uomo affacciato a una finestra del palazzo limitrofo contraddistinto da vani scala semicilindrici vetrati. Lidia cammina lungo via Copernico a fianco della casa dei Salesiani; la torre Galfa svetta sullo sfondo.
Inizia il frammentato e metafisico omaggio a Luigi Moretti ritmato da salti spazio-temporali. Il complesso per abitazioni e uffici in corso Italia del 1949-56: il primo piano di una fronte minore cieca che incombe su Lidia minuscola nell'angolo in basso a sinistra; frammenti di un prospetto; la fascia vetrata del volume basso nel vicolo interno; un ingresso. La casa albergo in via Corridoni del 1947-50: Lidia osserva in fondo a via Conservatorio il fianco dello stretto e alto volume maggiore tagliato dalla fenditura verticale; un particolare della sommità dei due volumi; da via Respighi, angolo via Chiesa, la base del volume minore con l’aggetto del balcone e il sottostante bovindo; un particolare dell’incastro tra il volume del balcone e la lama lungo via Respighi.
Lidia si reca in seguito nella periferia di Sesto San Giovanni vicino alla fabbrica Breda.
La coppia trascorre la notte in un “tabarin” e a una festa nella villa dei Gherardini in Brianza costruita “dal Cesarino Vietti”; all'alba cammina nella campagna verso il nulla.

  da:
http://riflessocinefilo.blogspot.it
Architettura moderna e cinema a Milano di Vittorio Prina (http://magazine.larchitetto.it) 


 
 

 

   Scheda film  

         La Notte - Michelangelo Antonioni
     
PRODUZIONE Italia  
ANNO 1961  
DURATA 122'   
COLORE B/N  
AUDIO Mono  
RAPPORTO 1,66 : 1  
GENERE Drammatico  
REGIA Michelangelo Antonioni    

INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Marcello Mastroianni: Giovanni Pontano
  • Jeanne Moreau: Lidia Pontano
  • Monica Vitti: Valentina Gherardini
  • Bernhard Wicki: Tommaso Garani
  • Rosy Mazzacurati: Rosy
  • Maria Pia Luzi: la paziente dell'ospedale
  • Guido Ajmone Marsan: sig. Fanti
  • Vincenzo Corbella: sig. Gherardini
  • Gitt Magrini: la sig.ra Gherardini
  • Giorgio Negro: Roberto
  • Roberta Speroni: Bea
 


DOPPIATORI
ORIGINALI
 
  • Giuseppe Rinaldi: Roberto
 

SOGGETTO

Michelangelo AntonioniEnnio FlaianoTonino Guerra
 
SCENEGGIATURA Michelangelo Antonioni, Ennio Flaiano, Tonino Guerra  
FOTOGRAFIA Gianni Di Venanzo  
MONTAGGIO Eraldo Da Roma   
MUSICHE Giorgio Gaslini   
SCENOGRAFIA Piero Zuffi   
     
       

  

 

 

 

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IL CINEMA E' DONNA: GRANDI REGISTE PER GRANDI FILM
Lezioni di piano (1993)


Prima e unica donna a vincere il festival di Cannes, Jane Campion con "Lezioni di Piano" raggiunge l'apice del suo successo critico e di pubblico appena alla terza pellicola. Alla Palma d'oro e al premio a Holly Hunter per l'interpretazione femminile nel 1993, si aggiungono l'anno dopo tre Oscar (delle otto candidature) come miglior sceneggiatura originale, attrice protagonista e non protagonista (Anna Paquin, appena undicenne). Oltre a una moltitudine di altri premi, il film è il maggior successo commerciale di sempre della regista neozelandese con un incasso di circa cinquanta milioni di dollari.


Jane Campion nasce a Wellington il 30 aprile del 1954 da genitori provenienti dal mondo dello spettacolo: il padre è un regista teatrale, mentre la madre è attrice e scrittrice e portano le opere di Shakespeare in giro per i teatri della Nuova Zelanda. Il percorso della giovane Campion però non è lineare come si potrebbe immaginare: prima si laurea in Antropologia a Wellington nel 1975; poi va in Italia (tra Venezia e Perugia) e Londra a studiare arte per tornare in Australia dopo un anno, dove consegue la seconda laurea in Belle Arti a Sydney nel 1979. L'interesse per le relazioni umane, la necessità di raccontare emozioni e storie vanno strette alla giovane che inizia ad avvicinarsi alla macchina da presa provando ad animare le tele con filmini in super 8. Decide quindi di intraprendere la strada del cinema frequentando l'Australian Film Television and Radio School di Sydney, la celebre scuola dove si sono formati i registi della New Wave australiana degli anni 70. La regista passa gli anni del suo apprendistato girando una serie di cortometraggi che fin da subito attirano l'attenzione della critica: "Peel" viene selezionato per la rassegna cannense nel 1986 e vince la Palma d'oro come miglior cortometraggio, a scapito dei suoi insegnanti che la ritenevano "arrogante e priva di talento" come lei stessa affermerà.

Lezioni di pianoSe l'idea di "Lezioni di piano" nasce in questi anni, così come la prima stesura di una sceneggiatura, la Campion continua il suo avvicinamento al riconoscimento mondiale dedicandosi prima a un film per la televisione, "Le due amiche" (1986); poi alla sua opera prima "Sweetie" (1989), storia del rapporto traumatico di due sorelle, di cui quella che dà il titolo alla pellicola è psicologicamente instabile e dalla personalità border line; per arrivare alla biografia della scrittrice neozelandese Janet Frame con "Un angelo alla mia tavola", nato come prodotto per la televisione, ma poi selezionato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dove vince il Leone d'argento Gran Premio della giuria nel 1990.

"Lezioni di piano" narra la storia di Ada McGrath (Holly Hunter) e di sua figlia Flora (Anna Paquin) e del loro viaggio in Nuova Zelanda nel 1850, dove la giovane donna scozzese è data in sposa dal padre al possidente terriero Alistair Stewart (Sam Neill). Ada è muta dall'età di sei anni per motivi sconosciuti e attraverso il suo amato pianoforte e con la lingua dei segni britannica, interpretata da Flora, comunica con il mondo esterno. Giunta sulla spiaggia, il marito non vuole trasportare il piano fino alla loro casa attraverso la foresta, provocando nella donna un allontanamento dall'uomo fin dal loro primo incontro. Sarà poi il socio in affari del marito, Georges Baines (Harvey Keitel), che si appropria del piano e costringe Ada a suonare per lui con la scusa di ricevere lezioni. Invece, nasce una passione travolgente tra i due che li porterà in Inghilterra dopo traumatici eventi che coinvolgono tutti i protagonisti.
L'opera della regista neozelandese è ricca e stratificata, sia a livello tematico sia dal punto di vista stilistico.

Alla base della sceneggiatura della Campion ci sono tre fonti figurative e letterarie: la primaria è quella dell'idea di un pianoforte (e del resto il titolo originale è "The Piano"), protagonista su cui ruotano i vortici emotivi dei vari personaggi e causa scatenante degli sviluppi narrativi; poi, una serie di fotografie del popolo Maori, che forniscono la profondità primeva della cultura antropologica della regista; e infine, l'atmosfera del romanzo "Cime tempestose" di Emily Brontë, il cui romanticismo viene trasposto attraverso una sensibilità contemporanea. Il rapporto tra uomo-donna e tra umanità-natura, tipicamente temi del romanticismo ottocentesco, sono messi in scena dalla Campion con una modalità che fanno di "Lezioni di piano" un film molto moderno. (...)

Jane Campion riesce con "Lezioni di piano" a raccontare una straordinaria storia d'amore con un originale punto di vista antropologico e una sensibilità moderna, dialogando con un vasto pubblico di emozioni senza tempo. Il tutto all'interno di un'eleganza compositiva delle immagini che compongono un perfetto connubio tra forme e contenuti.

  da: http://www.ondacinema.it
 


 
 

 

   Scheda film  

         Lezioni di piano
     
TITOLO ORIGINALE The Piano  
LINGUE ORIGINALI IngleseBSL, Māori  
PRODUZIONE Nuova Zelanda, Australia, Francia  
ANNO 1993  
DURATA 120'   
COLORE Color (Eastmancolor)  
AUDIO Dolby 5.1  
RAPPORTO 1,85 : 1  
GENERE Sentimentale, Drammatico  
REGIA Jane Campion    


INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Holly Hunter: Ada McGrath
  • Harvey Keitel: George Baines
  • Sam Neill: Alistair Stewart
  • Anna Paquin: Flora McGrath
  • Kerry Walker: zia Morag
  • Geneviève Lemon: Nessie
  • Tungia Baker: Hira
  • Ian Mune: reverendo
  • Peter Dennett: capitano
  • Cliff Curtis: Mana
  • George Boyle: padre di Ada
 


DOPPIATORI
ITALIANI
 
  • Rossella Izzo: Ada McGrath
  • Mario Cordova: George Baines
  • Luca Ward: Alistair Stewart
  • Manuela Andrei: zia Morag
  • Perla Liberatori: Flora McGrath
  • Anna Tuatara: Ynisvitrin
 

SOGGETTO

Jane Campion
 
SCENEGGIATURA Jane Campion  
FOTOGRAFIA Stuart Dryburgh  
MONTAGGIO Veronika Jenet  
MUSICHE Michael Nyman   
SCENOGRAFIA Andrew McAlpine  
COSTUMI Janet Patterson  
     
       


 

 

 

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 LA BELLE ÉPOQUE E IL CINEMA DI MAX OPHÜLS
Lettera da una sconosciuta (1984)

 

Ancora una volta Ophüls, con le sue atmosfere decadenti e il suo Schnitzler dietro l'angolo, ci racconta, attraverso la plateale falsità della messa in scena, i tormenti dell'anima per un bruciante desiderio d'amore inappagato. Lisa, fin da giovane ama il pianista Stefan. La loro relazione, dopo le iniziali distrazioni di lui, durerà un breve periodo. La sua partenza determinerà l'addio, nonostante le sue promesse. Lisa seguirà la vita di Stefan e la lettera che gli scriverà, per comunicargli la nascita di un figlio, gli giungerà quando ormai lei sarà morta.

Attorno a questa storia, dai forti toni melodrammatici, Ophüls imbastisce il proprio cinema, attraverso uno stile inconfondibile e sempre efficace, complici i suoi attori e soprattutto la straordinaria Joan Fontaine.  Nei primi piani del suo sguardo c'è il presagio del suo destino e nel contempo, la distanza che i suoi occhi stabiliscono con gli oggetti, con quelli di Stefan in particolare, accentuano la separazione (sarebbe da dire di nuovo la distanza) tra lei e l'oggetto del suo desiderio.

In questo senso il cinema di Ophüls, come sottolinea Fred Camper, si distingue per questa "disarmonia" dello sguardo che egli impone al suo cinema e gli esempi, in questo film, sono numerosi. Si condensano, soprattutto, in quella esibita incapacità di Lisa di fermare, con il proprio sguardo, che tutto vorrebbe possedere per intero, la passione che pervade il suo animo. In questa sofferenza esplicita, che la condurrà alla rovina, Lisa trascina anche Stefan nell'atto estremo di un ennesimo sguardo, privo, come spesso accade in questo film, di referente, che è la lettera che gli spedisce.

Lettera da una sconosciutaL'atmosfera di forte carica melodrammatica non può farci sfuggire che Lettera da una sconosciuta è anche un immenso specchio della memoria tutto racchiuso nella frase finale della lettera di Lisa: "Se avessi riconosciuto ciò che è sempre stato tuo avresti trovato ciò che non andò mai perso". Estrema ipotesi di una memoria che incide sui personaggi svuotando il significato della loro vita e che agisce in questo senso soprattutto su Stefan rendendolo estraneo all'intera storia e mostrandoci, improvvisamente, il suo vuoto al di là di ogni sua apparenza.

Memoria e ricordo costituiscono materia strutturale del film che esplicita nel lungo e decisivo flashback, (esempio notissimo insieme a quello di 
Sunset boulevard e Monsieur Verdoux di voce fuori campo di un personaggio morto), questo tratto inscindibile e prevalente. Un flashback in cui l'ingannevole presente è foriero del triste futuro e appare immerso in questo flusso opaco e fantasmatico della memoria, scisso tra l'io narrante di Lisa e lo sguardo attonito di Stefan e inscritto nella cornice di quella insistita e plateale falsità della scena e della ricostruzione degli ambienti.

Il tentativo di fermare il presente, in quel fluido se non torrenziale scorrere della memoria, come estrema possibilità di salvezza e la raggelante impossibilità dell'impresa, poiché il ricordo appare costretto da un futuro già predestinato, costituiscono la sconfitta di Stefan che solo nell'ultima scena assumerà le vesti di un personaggio a tutto tondo avendo assunto tale decisiva consapevolezza, mentre nella volontà di vivere il ricordo come un tempo sempre presente, pur nella certezza di una solo apparente sconfitta, sta la sfida di Lisa e del suo incorruttibile amore. Per tutte queste ragioni si nutre, da sempre, un amore incondizionato verso questo film.

da: www.sentieriselvaggi.it


 
 

 

   Scheda film  

       Lettera da una sconosciuta  
TITOLO ORIGINALE Letter from an Unknown Woman  
LINGUA Inglese  
PRODUZIONE USA  
ANNO 1948   
DURATA 86'   
COLORE B/N  
AUDIO Sonoro  
RAPPORTO 1,37 : 1  
GENERE Drammatico  
REGIA Max Ophüls (con il nome Max Opuls)    


INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Joan Fontaine: Lisa Berndle
  • Louis Jourdan: Stefan Brand
  • Marcel Journet: Johann Stauffer
  • Art Smith: John
  • Mady Christians: Signora Berndle
  • Carol Yorke: Marie
  • Howard Freeman: Signor Kastner
  • John Good: Tenente Leopold von Kaltnegger
  • Leo B. Pessin: Stefan jr.
  • Erskine Sanford: Porter
  • Otto Waldis: portinaio
  • Sonja Bryden: Signora Spitzer
  • Betty Blythe: Frau Kohner (non accreditata)
 
DOPPIATORI
ITALIANI
Ridoppiaggio:
  • Melina Martello: Joan Fontaine
 
SOGGETTO Stefan Zweig (racconto)  
SCENEGGIATURA Howard Koch Max Ophüls(non accreditato)  
FOTOGRAFIA Franz Planer  
MONTAGGIO Ted J. Kent  
MUSICHE Daniele Amfitheatrof  
SCENOGRAFIA Alexander Golitzen Russell A. Gausman e Ruby R. Levitt(arredatori)  
COSTUMI Travis Banton  
     
       

  

Informazioni aggiuntive