LunedìCinema Cineforum 2019 - 2020
  
ROAD MOVIE: IL GENERE AMERICANO PER ECCELLENZA
Thelma e Louise (1991)

 

Per una generazione, quella degli anni ’90, jeans e maglietta, con i capelli scompigliati dal vento e un paio di Ray-Ban, Thelma & Louise è stato il manifesto dell’affrancamento femminile da un immaginario prettamente machista, che aveva fatto la voce da padrone per tutto il decennio precedente. Ma, probabilmente, non sono state unicamente le voci della rivoluzione e rivalsa tutta al femminile contenute nella sceneggiatura di Callie Khouri, l’unica ad aggiudicarsi una statuetta, nonostante le numerose nomination ricevute dal film, a convincere Ridley Scott a mettersi dietro la macchina da presa in un progetto dove, inizialmente, doveva comparire solo come produttore. Scott deve esser rimasto affascinato anche dalla possibilità di spingersi oltre le codifiche del genere, come, del resto, viene dichiarato, già a partire dai titoli di testa, da quel moto ascendente della macchina da presa, che sembra voler sabotare l’orizzontalità del paesaggio, rendendo chiara fin dal principio la volontà di descrivere la traiettoria on the road di un movimento a rischio, dove il Cinema diventa esperienza dell’attraversamento.

D'altronde il discorso sui generi che da tempo Ridley Scott continua a portare avanti è ormai più che cristallino. Le immagini e i corpi fuori controllo di The Counselor come opera di deterritorializzazione che smonta per eccesso il noir, o la magnifica “pre-storia” di Robin Hood, che devia dalla vocazione di prequel e, nel suo detour rispetto alla leggenda, si fa epica di una tensione erotica. O, ancora, Prometheus come luogo che nega la possibilità di un’origine e che, nell'affrancarsi, di nuovo, dallo status di prequel, diventa lo spazio dell’affermazione della perenne ri-formulabilità del Cinema stesso. Lo smembramento e una nuova ri-composizione del corpo-cinema, è questo il rituale, il duello perpetuo messo in atto da Ridley Scott. Come il fermo-immagine sul finale di Thelma & Louise, un volo verso il Grand Canyon che non sospende il viaggio di Geena Davis e Susan Sarandon a bordo della loro Thunderbird turchese del 1966, ma lo rende inarrestabile, per sempre.

Thelma e Louise (1991) di Ridley ScottWe’re going to Mexico, continuano a dirsi le due protagoniste di Thelma & Louise.Oltre il confine. Perché, alla fine, di questo si tratta. Di un cinema che si fa atto affermativo della sua esistenza nel momento in cui aspira ad oltrepassare se stesso, a spostare ogni volta in avanti i suoi limiti e che, in quella continua tensione, propria della poetica scottiana, che procede lungo il conflitto nei corpi e dei corpi, diventa capace di allargarsi all'infinito. La corsa di Thelma e Louise, con il loro detour che diventa il viaggio stesso, la vacanza di un weekend deviata da un colpo di pistola in una fuga perenne, non è altro che l’immagine di un confine, di un limite da varcare.

Non si tratta solo del discorso portato avanti attraverso la scrittura di Callie Khouri, con Thelma e Louise, la casalinga schiacciata da un marito oppressivo e la cameriera di un diner, stanca dell’incompiutezza della sua relazione amorosa con Michael Madsen, che compiono un movimento di passaggio, continuamente ribadito dai dialoghi scambiati dalle due donne, verso la liberazione dalle catene che la vita vorrebbe metter loro. Quello che Ridley Scott mette in atto, ancora una volta in un gioco di luci e ombre, la luce calda e avvolgente degli esterni che illumina i corpi di Thelma e Louise e la pioggia, venuta chissà da dove, o gli interni bui dove è perennemente relegato il genere maschile, è una vera e propria trasfigurazione o, meglio, re-figurazione del road movie. Il recupero di quell'immaginario che ha fondato il mito, la Route 66, il Grand Canyon, la Ford Thunderbird, diventa un’immagine che non si esaurisce in se stessa e che, nella moltiplicazione del suo senso, innesca la ridefinizione del mito stesso. Non a caso, allora, la traiettoria scelta da Thelma e Louise per compiere la loro fuga è una linea tortuosa e aperta, una sfida alla via codificata (quella che passa per il Texas), perché i confini del Cinema, come Ridley Scott non si è mai stancato di ribadire, non sono altro che immagini mobili. 

da: https://www.sentieriselvaggi.it/

    

 

 

 

 

 

   Scheda 

         Thelma e Louise (1991) di Ridley Scott
     
TITOLO ORIGINALE Thelma & Louise  
LINGUA ORIGINALE Inglese  
PRODUZIONE Stati Uniti d'America  
ANNO 1991  
DURATA 124'  
COLORE Color  
RAPPORTO 2.35 : 1  
GENERE Drammaticoavventura  
REGIA Ridley Scott
   

INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Geena Davis: Thelma Yvonne Dickerson
  • Susan Sarandon: Louise Elizabeth Sawyer
  • Harvey Keitel: Hal Slocumb
  • Brad Pitt: J.D.
  • Michael Madsen: Jimmy Lennox
  • Christopher McDonald: Darryl Dickerson
  • Stephen Tobolowsky: Max
  • Timothy Carhart: Harlan Puckett
 

DOPPIATORI ITALIANI

  • Loredana Nicosia: Thelma Yvonne Dickerson
  • Rossella Izzo: Louise Elizabeth Sawyer
  • Pietro Biondi: Hal Slocumb
  • Massimo Lodolo: J.D.
  • Mario Cordova: Jimmy Lennox
  • Eugenio Marinelli: Darryl Dickerson
  • Massimo Rinaldi: Max
  • Danilo De Girolamo: Harlan Puckett
 
SOGGETTO Callie Khouri  
SCENEGGIATURA Callie Khouri  
FOTOGRAFIA Adrian Biddle  
MONTAGGIO Thom Noble  
SCENOGRAFIA Norris Spencer  
MUSICHE Hans Zimmer  
EFFETTI SPECIALI Stan Parks  
     


 

 

 

 LunedìCinema Cineforum 2019 - 2020
  
ROAD MOVIE: IL GENERE AMERICANO PER ECCELLENZA
Paper Moon (1991)

 

“Quello sapeva raccontarla una storia. Ormai tutti i buoni film sono stati fatti.” (Peter Bogdanovich in Bersagli)

Film estremamente riconoscibile, che quasi nulla lascia all'immaginazione dello spettatore a eccezione di un titolo dalla fattura leggera e incantata, Paper Moon deve a questa immediatezza espressiva il suo successo senza tempo. Tutto è a fuoco in questa storia di un padre e della sua possibile figlia – Ryan O'Neal e la figlia Tatum – che imparano a conoscersi e a volersi bene in un viaggio attraverso la provincia americana: perché la camera, e l’occhio umano, devono poter essere colpiti dall'autenticità di quel rapporto che inizia nel segno dell’indifferenza per arrivare a piccoli passi a una complicità familiare. Già dal loro primo confronto e scambio di battute all'interno del locale – “voglio i miei 200 dollari”, urla la bambina – veniamo conquistati: l’aspetto mascolino e il suo modo di fare spigliato e smaliziato, dietro cui si ripara il lato più fanciullesco e bisognoso d’affetto, la rendono protagonista indiscussa (non a caso fu premiata con l’Oscar).

Paper Moon (1973) di Peter BogdanovicBogdanovich si mette spesso accanto a lei, mostrandoci ciò che accade dalla sua prospettiva: possiamo intuire cosa pensa, quali sono i suoi stati d’animo solo dall'espressione del volto o dal modo in cui guarda le cose (pensiamo a quando tenta di
 imbrogliare la ricca signora o la vedova con numerosa prole al seguito). 
La verosimiglianza dello sguardo permette altresì alla narrazione di calarsi in una realtà sospesa tra la vita e la commedia, dove anche un periodo buio come la grande depressione può diventare l’occasione per due simpatiche canaglie di rimpinguare le loro misere finanze e con esse le loro solitarie esistenze. 
Bogdanovich su insegnamento di Orson Welles, che per il suo primo film gli suggerì di girare in bianco e nero, vira su questa scelta sostenuto da 
László Kovács che aveva curato la fotografia di Bersagli: siamo spiazzati dalla limpidezza delle immagini, da quel cielo che sa di blu profondo, da quelle terre brulle bruciate dal sole e, in generale, da un’atmosfera rurale perfettamente tradotta a livello visivo, con città semi-abbandonate e strade che si perdono all'orizzonte. Ed è proprio la strada con le sue vie di fuga, le soste e le deviazioni rocambolesche la struttura ossea su cui inserire personaggi e (dis)avventure, pericoli scampati con le donne e con la legge: l’episodio in hotel con Trixie Delight (una deliziosa Madeline Kahn, nominata all'Oscar) è un degno esempio di commedia brillante, con le inquadrature a servizio dei tempi di azione e reazione e tematiche adulte trattate con garbo; così come la scena dell’inseguimento notturno con l’automobile avvolta nella notte dalla quale a poco a poco emerge la luce dei fari è tutta costruita sulla suspense.

Bogdanovich dimostra una conoscenza profonda del cinema e dei suoi meccanismi, e sarebbe un errore scindere la figura del critico da quella del regista, che trovano un compimento ideale nel documentario da lui diretto nel 1971 su John Ford (a cui precedentemente aveva dedicato un saggio e un libro di interviste). Ma non si tratta semplicemente di ruoli o di parti recitate (impersonò il critico per Orson Welles ed è stato regista per se stesso accanto a Boris Karloff): dalla lezione di quei maestri che hanno attraversato in maniera più o meno trasversale la sua vita, deriva soprattutto una sensibilità artistica che gli ha permesso di comprendere come l’orizzonte non vada necessariamente collocato al centro dell’inquadratura. Prima che una grammatica del cinema, Paper Moon è del resto uno spettacolo di sentimenti, non di sentimentalismo: come una di quelle vecchie foto che conserviamo nell'album di famiglia o in una scatola nell'armadio e che ogni tanto riguardiamo con sorriso spensierato abbandonandoci ai ricordi e alla poesia.

da: www.sentieriselvaggi.it 

 

    

 

 

 

 

 

   Scheda 

         Paper Moon (1973) di Peter Bogdanovic
     
TITOLO ORIGINALE Paper Moon  
LINGUA ORIGINALE Inglese  
PRODUZIONE Stati Uniti d'America  
ANNO 1973  
DURATA 102'  
COLORE Black and White  
RAPPORTO 1,85 : 1  
GENERE Commediadrammatico  
REGIA Peter Bogdanovich    

INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Ryan O'Neal: Moses Pray
  • Tatum O'Neal: Addie Loggins
  • Madeline Kahn: Trixie Delight
  • John Hillerman: Sceriffo Hardin / Jess Hardin
  • Burton Gilliam: Floyd
  • P.J. Johnson: Imogene
  • Randy Quaid: Leroy
  • Noble Willingham: Mr. Robertson
 

DOPPIATORI ITALIANI

  • Massimo Turci: Moses Pray
  • Riccardo Rossi: Addie Loggins
  • Flaminia Jandolo: Trixie Delight
  • Renato Mori: sceriffo Hardin
  • Carlo Alighiero: Mr. Robertson
 
SOGGETTO Joe David Brown (romanzo)  
PRODUTTORE Peter BogdanovichFrank Marshall (produttore associato)  
SCENEGGIATURA Alvin Sargent  
FOTOGRAFIA László Kovács  
MONTAGGIO Verna Fields  
SCENOGRAFIA Polly Platt  
COSTUMI Pat KellySandra Stewart  
TRUCCO Rolf Miller  
EFFETTI SPECIALI Jack Harmon  
     


 

 

 

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LA STORIA D'ITALIA IN PELLICOLA
Nell'anno del Signore (1969)

Nell’anno del Signore
si svolge nel 1825, durante il pontificato di Leone XII. Numerosi personaggi sono realmente esistiti: i due carbonari Leonida Montanari e Angelo Targhini, che attentano alla vita del principe Filippo Spada e sono condannati a morte; il cardinale Agostino Rivarola, l’eminenza grigia che li manda al patibolo. È realistico il contesto, compresa la feroce persecuzione degli ebrei che è una sorta di trama secondaria essenziale nel film (è ebreo il personaggio di Giuditta, interpretato da Claudia Cardinale). Esiste, ovviamente, Pasquino: è la più famosa delle «statue parlanti» di Roma, la voce del popolo, un «chiacchierone di pietra che non dorme mai». Non è forse mai esistito un solo Pasquino, ma Magni lo inventa e ne fa il cuore del film: è il personaggio di Cornacchia, il ciabattino analfabeta che sa leggere e scrivere («curioso assai ma bbono a sapesse», dicono gli sgherri papalini quando lo scoprono) interpretato da Manfredi con un’adesione meravigliosa, un’ironia dolente che ne fa una figura indimenticabile. La ribellione, nel film, è duplice: i carbonari tramano, Pasquino – il «satirico epigrammatico misterioso» – parla e dà voce al malcontento collettivo.

Nell'anno del Signore (1969)La struttura ideologica del film è chiarissima. C’è il potere costituito, la Chiesa, il papa. C’è un’opposizione popolare, «morale», che però con tale potere è costretta a convivere (Cornacchia ripara le scarpe al cardinale Rivarola). E c’è una ribellione tutta politica – i carbonari – che però manca di ogni legame con la realtà. «I nobili fanno la rivoluzione come la caccia alla volpe, perché s’annoiano, mica perché je serve», dice Cornacchia. Montanari lo compatisce: «Bisogna capirlo, non è colpa sua. Gli manca l’istruzione»; «E a voi ve manca er popolo», ribatte il ciabattino con una delle poche battute fin troppo didascaliche del film. La posizione di Magni rispetto ai suoi personaggi è al tempo stesso sfumata e chiarissima.
C’è rispetto per i carbonari, per il loro coraggio nell'andare a morire. In almeno due momenti, Montanari parla come un poeta della rivolta: «Chi fa la rivoluzione non se deve portà niente appresso. Amori, affetti, tutte palle de cannone legate al piede. Il rivoluzionario è come un santo: lascia tutto, e invece della croce pija er cortello e s’incammina»; o quando, un attimo prima di essere decapitato, filosofeggia sul fatto che la ghigliottina sia l’unico lascito della Rivoluzione francese accettato dai papi, e chiosa, rivolto al boia: «Mastro Titta, siete l’uomo più moderno de Roma. Il futuro è vostro». Il suo commiato – «bonanotte popolo» – riflette l’amara delusione per una ribellione dal basso che non si è verificata.

Ma, ci dice Magni, il popolo ha ragione. Il popolo è Cornacchia/Pasquino, è Giuditta, sono i ragazzini ebrei che il predicatore inviato a convertirli definisce «brutti zozzoni porci maledetti». Magni sta con Pasquino, Magni «è» Pasquino. Il giudizio sui carbonari è tutto nella strepitosa sequenza in cui Cornacchia raggiunge i congiurati per informarli che Filippo Spada ha fatto la spia. Gli chiedono la parola d’ordine e la sua risposta vale tutto il film: «A ’mbecilli! Ma che se chiede la parola d’ordine ar primo che passa?». E quando gli chiedono se è carbonaro come loro, risponde: «Non cominciamo a confonne. Voi fate la rivoluzione io fo er carzolaro, ognuno se fa gli affari sua». In questa scena e in un’altra lapidaria battuta («Vonno cospira’ e so’ fregnoni») c’è il giudizio di Magni sul ’68: una rivoluzione mancata perché fatta senza l’appoggio del popolo. Forse Magni la pensa come Pasolini, sui sessantottini figli di papà; sicuramente la pensa come il Pci a proposito della priorità della questione operaia rispetto a quella studentesca.

Ma soprattutto Magni sa che il potere – appartenga al papa o alla Dc – è feroce. Come dice il colonnello Nardoni, «il governo mica è un uomo, è una cosa astratta, quando t’ammazza il governo è come se non t’ammazzasse nessuno». Contro questo potere non si va come dei santi, serve la lucidità della politica: «Ecco la rovina nostra, er cataclisma de li popoli: er core. E quando lo buttamo giù er padrone se continuiamo a annà in giro cor core in mano?». È l’ultima lezione di Cornacchia al suo successore Bellachioma, prima di entrare in convento – cioè in clandestinità, «vado a fa’ la serpe in seno». Il personaggio rientra nel mito dal quale proviene (Cohn-Bendit docet), il film si confronta con la realtà: esce il 24 ottobre 1969 ed è un successo incredibile, per la prima volta alcuni cinema di Roma organizzano proiezioni speciali all’una di notte; ma dopo nemmeno due mesi, il 12 dicembre, mentre Nell’anno del Signore è ancora in sala, scoppia la bomba di piazza Fontana, a Milano. A distanza di decenni, anche per quei morti valgono le parole di Nardoni: è come se non li avesse ammazzati nessuno.

     Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)


da: 
Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)

 
 

 

   Scheda 

      Nell'anno del Signore (1969) di Luigi Magni   
     
PRODUZIONE Italia, Francia  
ANNO 1969  
DURATA 120'  
COLORE Colore  
RAPPORTO 1,33:1  
GENERE Drammatico, storico  
REGIA Luigi Magni    

INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Nino Manfredi: Cornacchia/Pasquino
  • Enrico Maria Salerno: Colonnello Nardoni
  • Claudia Cardinale: Giuditta Di Castro
  • Robert Hossein: Leonida Montanari
  • Renaud Verley: Angelo Targhini
  • Alberto Sordi: Frate
  • Stelvio Rosi: ufficiale guardie
  • Pippo Franco: Bellachioma
  • Ugo Tognazzi: Cardinal Rivarola
  • Enzo Cerusico: uno dei carbonari
  • Britt Ekland: Principessa Spada
  • Stefano Oppedisano: ragazzo ubriaco
  • Franco Abbina: Principe Spada
  • Marco Tulli: il capitano delle guardie
 
DOPPIATORI ITALIANI
  • Giuseppe Rinaldi: Leonida Montanari
  • Massimo Turci: Angelo Targhini
  • Rita Savagnone: Giuditta
  • Maria Pia Di Meo: Principessa Spada
  • Pino Locchi: Bellachioma
  • Gualtiero De Angelis: prete e frate del convento
  • Ferruccio Amendola: oste
  • Franco Latini: Principe Spada
  • Max Turilli: il capitano delle guardie
 
PREMI David di Donatello 1970miglior attore protagonista (Nino Manfredi)  
SOGGETTO Luigi Magni  
CASA DI PRODUZIONE San Marco Cinematografica, Les Film Corona, Francos Film  
SCENEGGIATURA Luigi Magni  
FOTOGRAFIA Cardilli Dante  
MONTAGGIO Ruggero Mastroianni  
EFFETTI SPECIALI Cardilli Mario
 
MUSICHE Armando Trovajoli  
SCENOGRAFIA Carlo EgidiJoseph Hurley  
COSTUMI Lucia Mirisola  
     


 

 

 

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«LIBERI DA DENTRO» - BIBLIOTECA RIVA DEL GARDA
Mery per sempre (1989)

 

Al riformatorio Malaspina di Palermo il degrado e la disperazione sono le uniche realtà con cui ci si confronta, e ci si scontra, quotidianamente. Solo contro tutti, il professor Marco Terzi cercherà di conquistare la fiducia di un gruppo di ragazzi dal passato tragico e turbolento e d’infondere in loro un barlume di speranza e d’umanità.

Basato sull'omonimo romanzo di Aurelio Grimaldi, Mery per sempre di Marco Risi offre uno spaccato di vita all'interno di un’istituzione carceraria minorile e punta il dito accusatorio su una società perennemente assente e inadeguata ad espletare il proprio ruolo (ri)educativo e formativo. Imbrigliati in una subcultura delinquenziale di stampo mafioso, i giovani reclusi sono al tempo stesso fautori e vittime di un’ineluttabile spirale omertosa che li avvolge e li travolge verso l’abisso morale, etico ed esistenziale. Complici di tale brutalità e squallore sono le altrettanto criminose ed a volte ingiustificate imposizioni comportamentali e gerarchiche all'interno di un riformatorio che mira alla completa privazione di ogni forma di libertà e solidarietà tra i detenuti.

Mery per sempre (1989) di Marco RisiVoce fuori dal coro, il professor Marco Terzi incarna quel grido d’indignazione verso il muro di gomma che permea l’intera struttura carceraria, ma non solo, e s’impegna ad offrire uno spiraglio di riscatto per mezzo della più sincera e sentita comprensione. Avvalendosi di ambientazioni autentiche e di un taglio registico di matrice neorealista, Risi sapientemente alterna attori professionisti e non al mero scopo di far trasparire quell'ineffabile codice sull'omertà che tanto condiziona i pensieri e le azioni dei giovani protagonisti.
Allo stesso modo, il cineasta milanese non disdegna registri e stilemi tipici del melodramma nel delineare e sottolineare la drammaticità e la tensione emotiva che scaturiscono da alcuni aspetti di vita vissuta, tra i quali spiccano la morte di un giovane ex carcerato durante una rapina e la toccante odissea di (auto)accettazione e (re)inserimento in società della giovane transessuale Mery.

Lo stesso finale denso di significato e foriero di una qualche speranza fa intravvedere una tenue consapevolezza in un destino migliore e una riconsiderazione delle regole etiche e morali all'interno del riformatorio. Tuttavia, ciò che attende questi ragazzi al di fuori delle mura carcerarie è assai più duro e spietato della vita da reclusi. L’incontro scontro con un mondo fatto di povertà e silenzi è difficile da debellare e ci sarà sempre un cliente fuori e in attesa di Mery.

di Giulio Giusti
Da:
http://www.mediacritica.it 


 
 

 

   Scheda 

         Mery per sempre (1989) di Marco Risi
     
PRODUZIONE Italia   
ANNO 1989  
DURATA 102'   
GENERE Drammatico   
REGIA Marco Risi     

INTERPRETI E PERSONAGGI


Michele Placido: Marco Terzi
Claudio Amendola: Pietro Giancona
Francesco Benigno: Natale Sperandeo
Alessandra Di Sanzo: Mario "Mery" Libassi
Tony Sperandeo: Turris, guardia carceraria
Giovanni Alamia: Marra, guardia carceraria
Roberto Mariano: Antonio Patanè
Maurizio Prollo: Claudio Catalano
Luigi Maria Burruano: Franco D'Annino "il Cliente"
Filippo Genzardi: Matteo Mondello
Alfredo Li Bassi: Carmelo Vella
Salvatore Termini: Giovanni Trapani, "King Kong"
Andrea De Luca: Alessandro, ragazzo carcerato
Gianluca Favilla: Direttore del riformatorio
Aurora Quattrocchi: Madre di Mery
Marco Crisafulli: Davide Varelli
Carlo Berretta: Salvatore Sperandeo
Pippo Augusta: Padre di Mery

 
SOGGETTO Aurelio Grimaldi  
SCENEGGIATURA Aurelio Grimaldi, Sandro Petraglia, Stefano Rulli   
FOTOGRAFIA Mauro Marchetti  
MONTAGGIO Claudio Di Mauro  
MUSICHE Giancarlo Bigazzi   
COSTUMI Roberta Guidi Di Bagno  
     
       


 

 

Informazioni aggiuntive