LunedìCinemaCineforum 2018 -2019
    

LA STORIA D'ITALIA IN PELLICOLA
Don Camillo  (1952)

 

Pur girati negli anni Cinquanta, con una deriva nei Sessanta (dove potrebbero risultare già anacronistici: ma come vedremo il quinto di film di Comencini è molto interessante), i film del «canone» non possono prescindere dall’atmosfera post-’48 che permea i romanzi di Guareschi. Lo scrittore racconta un Paese diviso in modo manicheo, dà evidenza plastica all’idea delle «due Italie». Ma analizzando il primo film di Duvivier si scoprono cose sorprendenti. La trama comincia nel ’46, ci sono appena state le elezioni del sindaco, il comunista Peppone ha vinto. Il crocifisso dice al prete: «Cosa vuoi farci Don Camillo, è il progresso». Aprire il film in questo modo è doppiamente astuto: da un lato si «legittima» Peppone all’interno della trama, dall’altro si rende altrettanto legittimo – senza mai dirlo apertamente – il risultato elettorale di tre anni prima. Il delegato del Pci invitato a tenere un comizio dopo la vittoria di Peppone pronuncia una frase terribile ma di stretta attualità, almeno fino al ’48: «Dobbiamo restare nella legalità e noi ci resteremo, a costo di imbracciare il mitra e inchiodare al muro tutti i nemici del popolo».
Don Camillo (1952) di Julien DuvivierQuando però esplodono in paese le tensioni, vediamo armi in mano a Don Camillo e agli altri cattolici, e all’agrario padre di Gina, la ragazza ricca di cui si innamora il comunista Mariolino: prima di vedere un compagno in armi occorre arrivare a metà film. Nel frattempo Peppone ha avuto un figlio e vuole farlo battezzare Libero Antonio Lenin, poi corretto in... Libero Antonio Camillo! Il parroco ribatte: «Quand’è così puoi mettere anche Lenin, con un Camillo vicino quei tipi lì non funzionano».


La frase non è solo ironica e accomodante, ha un senso subliminale che rovescia il manicheismo di Guareschi: implica che un Lenin e un Camillo possono stare «vicini», «sempre insieme e sempre avversari» come dice a un certo punto la voce fuori campo letta dal doppiatore Emilio Cigoli. Quando Peppone va a confessarsi dice: «Non è il sindaco, è il cristiano». Quando i due mungono le vacche, rimediando ai danni di uno sciopero avventato, sembrano due onesti lavoratori che faticano assieme. Quando Don Camillo, croce in spalla, affronta l’intero paese Peppone gli dice, indicando Gesù: «Non mi scanso per voi, ma per lui». L’immagine del popolo comunista che segue Don Camillo al fiume, come in processione, sembra uscita dal Vangelo secondo Matteo (1964) di Pasolini. La partita di calcio è un’altra metafora della divisione/unione del paese: sindaco e prete tentano entrambi di corrompere l’arbitro. Quando il vescovo visita sia la Città Giardino di Don Camillo che la Casa del Popolo, benedicendo i comunisti, sembra di vedere Un uomo tranquillo di John Ford (anch’esso del 1952) quando i cattolici del villaggio irlandese si fingono protestanti per aiutare il pastore al quale sono affezionati nonostante le differenze religiose. L’addio di Don Camillo, costretto a lasciare il paese, sembra un trionfo: anche Peppone è lì a salutarlo. La voce fuori campo conclude: «Ecco il paese che sorge in qualche angolo dell’Italia, nella pianura del Po. Ciascuno lotta a suo modo per costruire un mondo migliore»

 

Tutto, nel film, congiura per ottenere un risultato che forse Guareschi approva, o forse no. Ma sicuramente i 50 milioni ottenuti per i diritti del secondo libro, dopo il successo del primo film, aiutano. Don Camillo e Peppone diventano quasi uguali. Le differenze ideologiche passano in secondo piano rispetto alla fede – Peppone è un prototipo di cattocomunista – e alla comune appartenenza antropologica. Sono due uomini del popolo. La contrapposizione violenta viene stemperata: gli scontri non mancano, ma il Don Camillo di Fernandel è meno manesco e più arguto di quello di Guareschi. Grazie a tre francesi – Duvivier, Barjavel, Fernandel – l’Italia fa le prove di compromesso storico.

     Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)


da: 
Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)

 
 

 

   Scheda 

      Don Camillo (1952) di Julien Duvivier   
     
PRODUZIONE Italia, Francia  
ANNO 1952  
DURATA 107   
COLORE B/N  
RAPPORTO 4:3  
GENERE Commedia  
REGIA Julien Duvivier    

INTERPRETI E PERSONAGGI


  • Fernandel: don Camillo
  • Gino Cervi: Peppone
  • Sylvie: signora Cristina
  • Vera Talchi: Gina Filotti
  • Franco Interlenghi: Mariolino della Bruciata
  • Saro Urzì: il Brusco
  • Charles Vissières: il Vescovo
  • Marco Tulli: lo Smilzo
  • Giovanni Onorato: Scartazzini
  • Gualtiero Tumiati: Ciro della Bruciata
  • Luciano Manara: Filotti
  • Leda Gloria: signora Bottazzi
  • Mario Siletti: avv. Stiletti
  • Manoel Gary: Cerratini, delegato del PCI
  • Giorgio Albertazzi: don Pietro
  • Olga Solbelli: madre di Gina
  • Armando Migliari: Rosco della Bruciata
  • Carlo Duse: il Bigio
  • Italo Clerici: Barchini, il tipografo
  • Clara Auteri: donna che incita a gridare "Viva
  • Peppone!"
  • Peppino De Martino: un consigliere di maggioranza
  • Franco Pesce: il sacrestano
 

DOPPIATORI ORIGINALI

  • Jean Debucourt: voce crocifisso
 
DOPPIATORI
ITALIANI
  • Carlo Romano: don Camillo
  • Rina Morelli: signora Cristina
  • Gaetano Verna: il Brusco
  • Amilcare Pettinelli: il Vescovo
  • Stefano Sibaldi: lo Smilzo
  • Cesare Fantoni: Scartazzini
  • Aldo Silvani: Ciro della Bruciata
  • Lauro Gazzolo: Filotti
  • Manlio Busoni: avv. Stiletti
  • Bruno Persa: Cerratini, delegato del PCI
  • Renata Marini: donna che incita a gridare "Viva Peppone!"
  • Cesare Polacco: un consigliere di maggioranza
  • Lauro Gazzolo: il sacrestano
  • Franco Galasso: Marco, figlio di Peppone
  • Ruggero Ruggeri: voce crocifisso
  • Emilio Cigoli: voce narrante
 
PREMI National Board of Review Awards 1953: miglior film straniero dell'anno  
SOGGETTO Giovannino Guareschi  
CASA DI PRODUZIONE DCineriz  
SCENEGGIATURA Julien Duvivier, René Barjavel  
FOTOGRAFIA Nicolas Hayer  
MONTAGGIO Maria Rosada  
MUSICHE Alessandro Cicognini  
SCENOGRAFIA Virgilio Marchi  
     


 

 

 

 LunedìCinemaCineforum 2018 -2019
    

LA STORIA D'ITALIA IN PELLICOLA
Il sorpasso  (1962)

 

Vittorio Gassman e Dino Risi si sono incontrati per Il mattatore (1960), un film ispirato a una trasmissione Rai con lo stesso titolo nel quale l’attore sfodera tutto il suo talento di istrione trasformista. Il sorpasso è il primo film, per generale ammissione, in cui Gassman recita con la propria faccia: in I soliti ignoti era pesantemente truccato, la fronte abbassata con un toupet, il naso ingrossato, la bocca modificata con un paradenti da pugile (Marlon Brando, nel Padrino di Coppola, non ha inventato nulla).
La produzione è scarna, economicamente povera ma agilissima: piuttosto che come una commedia all’italiana (genere che solitamente fa largo uso di interni in teatro di posa e prevede una sceneggiatura di ferro), Il sorpasso è girato come un film della Nouvelle Vague o del cinema indipendente americano. Riprese dal vero, ampio spazio all’improvvisazione, coinvolgimento in numerose scene di parenti o amici di passaggio (una delle turiste tedesche inseguite da Bruno e Roberto è Annette Stroyberg, futura fidanzata di Gassman; nelle scene di Castiglioncello compaiono Vittorio Cecchi Gori, figlio del produttore, e Paola Gassman, figlia dell’attore).

Il sorpasso (1962) di Dino RisiTutto è talmente «rubato» dalla realtà che le riprese cominciano addirittura senza il coprotagonista: Risi e Gassman girano l’inizio del film nei giorni intorno al Ferragosto del 1962, approfittando delle vie di Roma deserte e senza traffico. Jean-Louis Trintignant non è ancora stato scritturato. In tutte le prime scene – la breve inquadratura in cui Roberto si affaccia alla finestra, la macchina con i due a bordo che percorre il centro della città – c’è una controfigura. Trintignant viene scelto non solo per motivi di coproduzione con la Francia, ma anche perché corrisponde all’idea che Risi e Gassman si sono fatti dell’«antagonista»: bassino, esile, biondo mentre il protagonista è alto, atletico, bruno. Gli dà voce Paolo Ferrari, reduce tra l’altro dal doppiaggio di Franco Citti in Accattone (Pier Paolo Pasolini, 1961).

A dimostrazione che spesso le scelte artistiche derivano dalle circostanze produttive, l’importanza di Il sorpasso è strettamente legata al modo in cui il film viene realizzato. Dimostra l’assunto dal quale siamo partiti: il cinema come documento storico. Un futuro archeologo che vorrà, tra qualche migliaio di anni, capire cos’erano gli anni Sessanta in Italia ricaverà più informazioni da questo film che da mille libri di storia. Facciamo degli esempi. Nel prologo si vede una Roma che, più di mezzo secolo dopo, sembra uscire da una pellicola di fantascienza. La macchina guidata da Gassman vaga per strade deserte, moderne.
Gli anni Sessanta sono fisicamente presenti, «sono» il film: il Ferragosto che svuota la città in modo oggi inimmaginabile, i negozi chiusi, le finestre sbarrate, l’assenza di pedoni e di macchine parcheggiate. Un rito sociale allora irrinunciabile, che rendeva invivibili le grandi città per i pochi costretti a rimanerci e spediva tutti gli italiani in ferie in coincidenza con la chiusura dei ministeri e delle grandi fabbriche del Nord. Il quartiere scelto per le riprese: la Balduina, Roma Nord-Ovest, fresca urbanizzazione per la classe media, quasi una mimesi borghese dei più antichi Parioli limitrofi al centro. Quando Bruno parcheggia l’auto per bere da una fontanella, sembra che la città finisca, e in un certo senso è così: siamo in via Proba Petronia, dove ancora oggi la Balduina si interrompe, affacciandosi sul cuneo verde di Valle Aurelia e del Pineto Torlonia.

L’automobile è il terzo protagonista del film: è una Lancia Aurelia B24, una splendida e costosa decappottabile creata dalla Lancia (e progettata da Pininfarina) dal 1954. Nel 1962 è già una vettura vintage (tra l’altro, l’esemplare guidato da Gassman ha ritocchi alla carrozzeria) ed è la tipica auto «da rimorchio»: chi la guida è per definizione un maschio aggressivo, una simile vettura racconta il sogno di vacanze avventurose, di viaggi improvvisati, di vita «on the road». I suoi duelli con le altre auto, sulla via Aurelia che si chiama come lei, sono destinati alla sconfitta degli avversari: «Quando passa Bruno daje strada», grida Gassman a un incauto rivale che ha tentato di negargli il sorpasso. Sull’Aurelia c’è di tutto: furgoncini che ospitano famiglie in gita, berline più compassate, utilitarie che marcano la differenza di classe, moto con sidecar affollatissimi («er nonno non è voluto veni’?»), biciclette con ciclisti affaticati che Bruno sfotte crudelmente («Anvedi er girino, j’ha preso la cotta. Fatte la Vespa!»).

     Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)


da: 
Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)

 
 

 

   Scheda 

      Il sorpasso (1962) di Dino Risi   
     
PRODUZIONE Italia  
ANNO 1962  
DURATA 108   
COLORE B/N  
RAPPORTO 1,85:1  
GENERE Commedia, drammatico  
REGIA Dino Risi    

INTERPRETI E PERSONAGGI


  • Vittorio Gassman: Bruno Cortona
  • Catherine Spaak: Lilly Cortona
  • Jean-Louis Trintignant: Roberto Mariani
  • Luciana Angiolillo: Gianna, moglie di Bruno
  • Claudio Gora: Bibì, fidanzato di Lilly
  • Luigi Zerbinati: commendatore
  • Franca Polesello: moglie del commendatore
  • Linda Sini: Lidia (zia di Roberto)
  • Bruna Simionato: Enrica (zia di Roberto)
  • John Francis Lane: Alfredo, l'avvocato
  • Annette Strøyberg: turista tedesca
  • Nando Angelini: Amedeo
  • Mila Stanic: Clara
  • Edda Ferronao: cameriera a Civitavecchia
  • Jacques Stany: automobilista toscano
 

DOPPIATORI ORIGINALI

  • Melina Martello: Lilly Cortona
  • Paolo Ferrari: Roberto Mariani
  • Benita Martini: Gianna
  • Edoardo Toniolo: commendatore
  • Antonio Guidi: Alfredo, l'avvocato
  • Noemi Gifuni: moglie del commendatore
 
SOGGETTO Dino RisiEttore ScolaRuggero Maccari  
CASA DI PRODUZIONE Dario Cecchi Gori per Fair Film, INCEI Film, Sancro Film  
SCENEGGIATURA Dino RisiEttore ScolaRuggero Maccari  
FOTOGRAFIA Alfio Contini  
MONTAGGIO Maurizio Lucidi  
MUSICHE Riz Ortolani  
SCENOGRAFIA Ugo Pericoli  
     


 

 

 

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LA STORIA D'ITALIA IN PELLICOLA
La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa! (1977)


Sollima comincia a pensare a un film salgariano subito dopo Corri uomo corri. Per il ruolo di Sandokan vorrebbe il giapponese Toshiro Mifune, interprete di tanti capolavori di Akira Kurosawa. Lavora su un copione che poi abbandona. Nel frattempo, il nome di Salgari circola per i corridoi della Rai. È un vecchio sogno del direttore generale Ettore Bernabei, che mette al lavoro sul progetto il produttore Rai Elio Scardamaglia affiancato al capo della Titanus, Goffredo Lombardo. Vengono contattati diversi registi, fra i quali Sergio Leone. Dopo lunghi giri la proposta arriva a Sollima, che accetta a una condizione: girare in Oriente, nei luoghi veri, con attori locali.

La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa! (1977) di Sergio SollimaÈ il 1972. Dopo due anni di preparazione, otto mesi di riprese (iniziate nel luglio del 1974) e un paziente lavoro di montaggio, Sandokan arriva sugli schermi italiani in sei puntate, mandate in onda dal 6 gennaio all’8 febbraio 1976. È un trionfo. Kabir Bedi, attore indiano scelto per il ruolo dopo una robusta dieta dimagrante (in India i divi sono tanto più popolari quanto più grassocci), diventa da un giorno all’altro l’uomo più famoso d’Italia.
Particolarmente azzeccata si rivela la scelta di Philippe Leroy per il ruolo di Yanez e di Adolfo Celi per quello del rajah bianco James Brooke: Sollima li vuole, oltre che per il loro talento, per il loro passato di «autentici avventurieri». Leroy è un ex parà della Legione Straniera e Celi è vissuto per anni in Brasile, diventando un cineasta internazionale capace di interpretare un credibilissimo «cattivo» bondiano in Agente 007 Thunderball: operazione tuono (Terence Young, 1965). Con il fisico di Bedi, il carisma di questi due gaglioffi e la bellezza diafana di Carole André, la perla di Labuan, Sandokan entra – anche grazie alla sigla musicale degli Oliver Onions, che va in testa alla hit parade – nelle case di milioni di italiani e nella loro memoria imperitura. (...)
Le sei puntate del film sono piene di bandiere rosse, naturalmente contestualizzate nella trama e issate sui praho dei pirati, ma pur sempre allusive: ce ne sono di più in Sandokan che in Novecento di Bernardo Bertolucci, che in quello stesso 1976 viene presentato fuori concorso al festival di Cannes. Bertolucci ricorda ancora, con un pizzico di amara autoironia, l’effetto di quel colore: «I due paesi ai quali, nel mio sogno megalomaniaco, era indirizzato il film erano l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, che sono i due paesi dove non è uscito. Per motivi assolutamente identici: troppe bandiere rosse!».

Sandokan, invece, viene visto in tutto il mondo: la Rai lo vende a 85 Paesi, compresi gli Stati Uniti, e in Italia la prima messa in onda viene vista da 27 milioni di spettatori. Dà anche vita a un ricco merchandising (album di figurine, giocattoli, magliette, maschere di Carnevale) e spinge la Rai, d’accordo con la coproduzione Titanus, a un’uscita cinematografica in due capitoli che però non ottiene grande successo. In tv, invece, Sandokan è un punto di svolta: è la prima grande produzione internazionale Rai, in collaborazione con la francese Ortf e la tedesca Bavaria Film, ed è uno dei primi sceneggiati tv girato en plein air, in luoghi reali, come un vero film. Perché «è» un vero film. 

     Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)


da: 
Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)

 
 

 

   Scheda 

      La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa! (1977) di Sergio Sollima    
     
PRODUZIONE Italia  
ANNO 1977  
DURATA 130'  
COLORE Colore  
RAPPORTO 1,33:1  
GENERE Avventura, drammatico  
REGIA Sergio Solima    

INTERPRETI E PERSONAGGI


  • Kabir Bedi: Sandokan
  • Philippe Leroy: Yanez De Gomera
  • Adolfo Celi: James Brooke
  • Sal Borgese: Kammamuri
  • Massimo Foschi: Teotokris
  • Néstor Garay: sultano Abdullah
  • Mirella D'Angelo: Surama
  • Teresa Ann Savoy: Jamilah
  • Kumar Ganesh: Tremal Naik
  • Franco Fantasia: Generale Inglese
  • John S. H. Pettit: Generale Croft
 

DOPPIATORI ORIGINALI

  • Pino Locchi: Sandokan
  • Giuseppe Rinaldi: Yanez De Gomera
  • Manlio De Angelis: Kammamuri
  • Antonio Guidi: sultano Abdullah
  • Maria Pia Di Meo: Surama
  • Cesare Barbetti: Tremal Naik
  • Ferruccio Amendola: Generale Croft
 
PREMI 7 d'Or Night 1980 Miglior Attore (Kabir Bedi)

 
SOGGETTO Emilio Salgari  
CASA DI PRODUZIONE Leone Film e Rizzoli Film  
SCENEGGIATURA Sergio Sollima e Alberto Silvestri  
FOTOGRAFIA Marcello Masciocchi  
MONTAGGIO Alberto Gallitti  
MUSICHE Guido De Angelis e Maurizio De Angelis  
SCENOGRAFIA Francesco Bronzi  
     


 

 

 

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LA STORIA D'ITALIA IN PELLICOLA
Il mafioso (1962)


In Mafioso Sordi è Antonio Badalamenti, cognome che già nel 1962 fa una certa impressione (Gaetano Badalamenti è socio di Luciano Liggio e nel 1963 diventerà un capo-cosca importante; Peppino Impastato verrà ucciso nel 1978, lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, e il film di Marco Tullio Giordana, I cento passi, arriverà nel 2000). Antonio Badalamenti, dicevamo, ha un ottimo lavoro in un’industria milanese e sta per andare in ferie con la famiglia in Sicilia, terra natìa dalla quale manca da anni. Un dirigente della fabbrica, italoamericano di origini sicule, lo chiama e gli consegna un pacco da portare a don Vincenzo, notabile di Calamo, paese natale di Antonio (Calamo non esiste, è un ovvio anagramma di Alcamo). La famiglia arriva al paesello in macchina: è una scena memorabile, nella quale Antonio bacia e abbraccia i familiari urlando come un pazzo in dialetto e confondendo la vecchia madre con una zia, mentre la moglie nordica (la interpreta Norma Bengell, brasiliana bionda, doppiata dalla milanese Adriana Asti) osserva stupefatta. Sordi è fantastico e straripante: la sua performance in questa scena e in tutto il film, nel quale non ci sono altri attori di nome, dà indirettamente ragione a Giuseppe Marotta che, su «L’Europeo» dell’11 novembre 1962, scrive del film: «Perdonami, Lattuada, ma devi ammettere che l’attuale Sordi è Attila: 
dove il suo cavallo si inoltra, non cresce più lanuggine d’erba per il talento degli altri».

Il ritorno di Antonio alla terra d’origine si colora però, ben presto, di toni opachi. Si ritrova immischiato in una faida immobiliare (la vendita di un terreno) che riguarda la sua famiglia e che viene risolta proprio da don Vincenzo; il dono per quest’ultimo si rivela essere una polpetta avvelenata, un messaggio in codice: la condanna a morte di un capo della mafia italoamericana che il boss di Calamo è costretto ad eseguire. In una scena al luna park, festosa ma foriera di morte, Antonio (con baffetti e coppola in testa) si esibisce al tiro a segno sfoderando una mira infallibile. Partito per una battuta di caccia, scopre che la preda è il boss italoamericano di cui sopra: viene spedito clandestinamente in America, chiuso in una cassa imbarcata su un aereo, e riportato nello stesso modo nel giro di 24 ore dopo aver compiuto, in una sala di barbiere del New Jersey, il suo primo (e ultimo?) omicidio.
La trama di Mafioso coincide con un percorso malavitoso, emotivo, esistenziale: Antonio viene fagocitato da un’identità che credeva di avere espulso da se stesso. Ridiventa mafioso, forse lo è sempre stato. Lattuada – regista concreto che lavora su corpi, gesti, emozioni – racconta questa regressione puntando molto sull’identità incerta di Antonio, anche dal punto di vista sessuale. 
Quando l’uomo tenta di far ragionare il vecchio padre, incaponito nella faida con il proprietario del podere vicino, quello lo insulta dandogli della «femmina». Il lungo dialogo in spiaggia con i vecchi amici rimasti al paese, sulle diverse attitudini erotiche delle donne in Sicilia e al Nord, è un richiamo del branco al quale Antonio non è in grado di resistere: Lattuada lo gira come un reportage etnografico, gli uomini in costume da bagno sembrano leoni marini spiaggiati al sole, la figura di donna modellata con la sabbia (come i castelli costruiti per gioco dai bambini) rappresenta la fantasticheria erotica di un gruppo di adulti non cresciuti. Quando poi il branco punta gli occhi sulla moglie di Antonio – bionda e visibilmente «emancipata», donna del Nord – lui li rimette in riga rientrando nei ranghi e assumendo, di fatto, il ruolo di capobranco, di maschio Alfa: «Io vivo a Milano ma siciliano sugno»

Antonio Badalamenti è diviso fra tre mondi: il Nord industrializzato (la fabbrica), il Sud arcaico (la famiglia, il cibo, il podere, la spiaggia, la battuta di caccia) e l’America. Se i primi due sono costruiti su stereotipi sociali funzionali alla costruzione del racconto, il terzo è connotato in senso onirico: ci si va di notte, in un viaggio che non potrà mai essere raccontato, è l’America sognata (anche da precedenti personaggi incarnati da Sordi: Un americano a Roma...) che si trasforma in incubo. Diviso fra questi mondi che sono altrettante identità – la prima rispettabile, la seconda atavica, la terza inconfessabile –, Antonio è un personaggio privo di identità propria. Sembra l’incarnazione di teorie antropologiche sul concetto di identità venute a maturazione in tempi molto più recenti, in testi come L’ossessione identitaria di Francesco Remotti (Laterza, Roma-Bari 2011) o Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi di Benedict Anderson (Laterza, Roma-Bari 2018, ma la prima edizione originale è del 1983).

     Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)


da: 
Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)

 
 

 

   Scheda 

      Il mafioso (1962) di Alberto Lattuada   
     
PRODUZIONE Italia  
ANNO 1962  
DURATA 98'  
COLORE B/N  
RAPPORTO    
GENERE Drammatico  
REGIA Alberto lattuada    

INTERPRETI E PERSONAGGI


  • Alberto Sordi: Antonio Badalamenti
  • Norma Bengell: Marta
  • Gabriella Conti: Rosalia
  • Ugo Attanasio: Don Vincenzo
  • Cinzia Bruno: Caterina
  • Katiuscia: Cinzia
  • Armando Tine: dottor Zanchi
  • Lilly Bistrattin: segretaria del dottor Zanchi
  • Michèle Bailly: baronessa
  • Francesco Lo Briglio: Don Calogero
  • Carmelo Oliviero: Liborio
 

DOPPIATORI ITALIANI

  • Adriana Asti: Marta
  • Ennio Balbo: Don Vincenzo
  • Corrado Gaipa: dottor Zanchi; Liborio
 
SOGGETTO Bruno Caruso  
CASA DI PRODUZIONE Dino De Laurentiis  
SCENEGGIATURA Rafael AzconaMarco FerreriAgenore IncrocciFurio Scarpelli  
FOTOGRAFIA Armando Nannuzzi  
MONTAGGIO Nino Baragli  
MUSICHE Piero Piccioni  
SCENOGRAFIA Carlo Egidi  
     


 

 

Informazioni aggiuntive