LunedìCinemaCineforum 2018 -2019
    

«LIBERI DA DENTRO» - BIBLIOTECA RIVA DEL GARDA
Cesare deve morire (2012)


Roma, carcere di Rebibbia. I detenuti di massima sicurezza recitano Shakespeare: all'interno del carcere, infatti, viene messo in scena un particolare allestimento del 'Giulio Cesare' in cui sentimenti e personaggi vivranno sulla scena con gli attori e nelle celle con i detenuti.

"La coppia di registi pisani, è stato notato, pareva adagiata da decenni, su un cinema piuttosto accademico, mentre 'Cesare deve morire' (...) è indubbiamente uno dei loro lavori più sperimentali e curiosi. I due fratelli ultraottantenni si sono imbarcati in un film piccolo e agile. Non hanno solo ripreso le prove e la messa in scena di un 'Giulio Cesare' di Shakespeare con i detenuti di Rebibbia, ma hanno contaminato realtà e finzione, rielaborando le reazioni degli «attori» davanti all'arte, sfruttando l'energia e il transfert di queste vite nel dramma. Il successo di critica (italiana) e la vittoria a Berlino ci dicono forse un paio di cose, sul cinema italiano e non solo.
La prima riguarda la possibilità e la necessità di un cinema «leggero». I Taviani hanno intuito che una delle poche vie praticabili, oggi in Italia, sono le produzioni poco ingombranti, che permettano un confronto con la vita senza subire i contraccolpi di una realtà produttiva sempre più in crisi. (...) Che, nel film dei Taviani, le battute di Shakespeare in bocca a condannati per associazione mafiosa o spaccio suonino credibili, ci conferma che le tragedie moderne sembrano stare di casa più tra sottoproletarie marginali che in ambienti piccolo o alto-borghesi (...). Dopo tutto, in un altro carcere, a Volterra, un grande teatrante visionario come Armando Punzo crea da oltre vent'anni spettacoli belli e importanti mettendo in scena proprio questo dualismo. Una realtà che contraddice Aristotele quando sosteneva che la tragedia, diversamente dalla commedia, deve raccontare persone 'migliori di noi'."
(Emiliano Morreale, 'Venerdì di Repubblica', 2 marzo 2012)


Cesare deve morire (2012)"I Taviani e il teatro di Shakespeare. Trasformato in cinema - in un grande cinema - con la trovata geniale di far rappresentare uno dei suoi drammi più celebri, il 'Giulio Cesare', da detenuti di un carcere romano, quello di Rebibbia.
Si comincia a colori. Con la ricerca fra i detenuti di quelli che potrebbero recitare in uno spettacolo che dovrà svolgersi tra le mura del carcere. Poi, in uno splendido bianco e nero esaltato dal digitale, inizia il dramma. Con i suoi interpreti che, scortati, lasciano le loro celle per partecipare alle prime prove in un palcoscenico improvvisato: le parti imparate a memoria, le battute dei primi atti, con un'altra splendida trovata, quella di lasciare che i singoli 'attori' si esprimano nei loro dialetti d'origine, in maggioranza meridionali, non solo non sminuendo quel testo quasi sacro ma, anzi, dotandolo di una vitalità e di sapori di cronaca dal vero di cui doveva far sfoggio quasi soltanto quando si recitava al Globe Theatre nell'inglese del Seicento.
Allo snodarsi di fronte a noi della vicenda raccontata da Shakespeare, Paolo e Vittorio Taviani hanno qua e là accompagnato l'enunciato di piccoli casi privati di questo o quel detenuto coronati, a un certo momento, dalla constatazione che alcuni di loro fanno sulla contemporaneità di situazioni, per qualcuno anche personali, incontrate in un testo pur distante secoli da loro: quasi a testimoniare dell'eternità dell'arte. Si segue con il fiato sospeso. Certo, grazie a Shakespeare, ma anche per quella interpretazione diretta, anzi, addirittura nuda che, nonostante queste o forse proprio per questo, ad ogni svolta, ad ogni battuta è di una intensità sempre lacerante. Specie quando, per rappresentarci il coro dei Romani prima e dopo l'uccisione di Cesare, non si muovono masse in scena, ma si fanno ascoltare le invettive e le grida di altri detenuti affacciati numerosi da finestre con le sbarre. (...) L'ultimo 'Giulio Cesare' che ho visto al cinema è stato quello di Mankiewicz, nel '53, con Marlon Brando. Da oggi ricorderò con altrettanta ammirazione quello dei fratelli Taviani, con Antonio Frasca."
(Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 2 marzo 2012)


"Dopo i trionfi berlinesi (Orso d'oro, meritatissimo) arriva per 'Cesare deve morire' il momento della verità: l'incontro con il pubblico. La palla passa a voi, cari spettatori: abbiate coraggio, non fidatevi dei luoghi comuni e dei cattivi consiglieri. Vi sussurreranno: Shakespeare, girato in carcere, in bianco e nero, sai che palle! Niente di più falso!!! Innanzi tutto la durata del film (76 minuti compresi i titoli di coda, poco più di un'ora) è già garanzia di capolavoro. Inoltre, ai fratelli Taviani riesce un miracolo calare i versi del Giulio Cesare nella quotidianità dei reclusi di Rebibbia, come fossero i loro pensieri, il loro inconscio, la loro vita."
(Alberto Crespi, 'L'Unità', 2 marzo 2012)

 
 

 

   Scheda 

         Cesare deve morire (2012) di Paolo e Vittorio Taviani
     
PRODUZIONE Italia   
ANNO 2012  
DURATA 76'  
COLORE B/N, Colore  
RAPPORTO 1:1,85  
GENERE Drammatico, documentario  
REGIA Paolo e Vittorio Taviani    
SOGGETTO Giulio Cesare di William Shakespeare  


INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Cosimo Rega: Cassio
  • Salvatore Striano: Bruto
  • Giovanni Arcuri: Cesare
  • Antonio Frasca: Marcantonio
  • Juan Dario Bonetti: Decio
  • Vincenzo Gallo: Lucio
  • Rosario Majorana: Metello
  • Francesco De Masi: Trebonio
  • Gennaro Solito: Cinna
  • Vittorio Parrella: Casca
  • Pasquale Crapetti: legionario
  • Francesco Carusone: indovino
 
SCENEGGIATURA Paolo e Vittorio Taviani in collaborazione con Fabio Cavalli  
CASA DI PRODUZIONE Kaos Cinematografica, in collaborazione con Stemal Entertainment, Le Talee, La ribalta - Centro Studi Enrico Maria Salerno, Rai Cinema  
FOTOGRAFIA Simone Zampagni  
MONTAGGIO Roberto Perpignani  
MUSICHE Giuliano Taviani, Carmelo Travia  
     
       


 

 

 

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Il più grande sogno (2016)

 

Bella (e vera) storia di riscatto dalla periferia romana: l'esordio di Michele Vannucci, con un ottimo Alessandro Borghi e un sorprendente Mirko Frezza.

La vicenda di Mirko, 40 anni, e una vita di strada alle spalle, era stata già al centro del cortometraggio d’esordio di Michele Vannucci, intitolato non senza un filo d’ironia Una storia normale. La normalità s’intende di chi è nato in periferia e ha vissuto – per sopravvivere – fregandosene delle regole. La galera, la marginalità, persino la morte, messe in conto. L’abisso non per incidente, ma come presupposto.  E il riscatto un miraggio.

Il più grande sogno (2016) di Michele VannucciIl più grande sogno
 è il prolungamento di quella storia breve (corta per durata e per destino) e insieme il suo coronamento. E’ il cinema che plasma la vita secondo i suoi desiderata, è la vita che plasma il cinema secondo le sue leggi. Una docufiction dove il dato grezzo dell’esistenza e il tornio del linguaggio s’intrecciano continuamente, profondamente, senza possibilità di sbrogliarli.

Mirko è la persona e il personaggio, il protagonista e la storia. La sua redenzione è un sogno di borgata che trova espressione in uno sguardo (ri)pulito sulla periferia romana. La luce di Matteo Vieille, la musica di Teo Tehardo, le scenografie di Lupo Marziale, se non producono un camuffamento della realtà (un imborghesimento direbbe qualcuno), segnalano comunque uno scarto significativo, un distanziamento volontario non dallo squallore di periferia ma dalla sua retorica.

Vannucci, come il coetaneo Giovannesi, si riconnette alla lezione dei Caligari (da cui prende a prestito l’ottimo Alessandro Borghi) e dei Pasolini, cercando cuore e bellezza ai margini senza ancora la purezza del primo e la consapevolezza del secondo. Affidandosi con una fiducia forse esagerata se pure al momento ben riposta sui palindromi della realtà, su quelli come Mirko che hanno già un film per esistenza (e viceversa), che sono santi e peccatori, pittori e tavolozza. Un cammino appena iniziato che per ora è un riflesso, una risposta al cammino di qualcun altro. Perché senza Mirko non ci sarebbe Vannucci però non è ancora vero il contrario.

Teo Zampa (cinematografo.it Fondazione Ente dello Spettacolo) 


 
 

 

   Scheda 

      Il più grande sogno (2016)   
     
PRODUZIONE Italia   
ANNO 2016  
DURATA 97'   
COLORE Colore  
RAPPORTO 2,35:1  
GENERE Drammatico   
REGIA Michele Vannucci    

INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Mirko Frezza: Mirko
  • Alessandro Borghi: Boccione
  • Vittorio Viviani: Pierino
  • Milena Mancini: Milena
  • Ivana Lotito: Paola
 
CASA DI PRODUZIONE Kino Produzioni  
SCENEGGIATURA Michele Vannucci, Anit Otto  
FOTOGRAFIA Matteo Vieille  
MONTAGGIO Sara Zavarise  
MUSICHE Theo Teardi  
     
       


 

 

 

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Mery per sempre (1989)

 

Al riformatorio Malaspina di Palermo il degrado e la disperazione sono le uniche realtà con cui ci si confronta, e ci si scontra, quotidianamente. Solo contro tutti, il professor Marco Terzi cercherà di conquistare la fiducia di un gruppo di ragazzi dal passato tragico e turbolento e d’infondere in loro un barlume di speranza e d’umanità.

Basato sull'omonimo romanzo di Aurelio Grimaldi, Mery per sempre di Marco Risi offre uno spaccato di vita all'interno di un’istituzione carceraria minorile e punta il dito accusatorio su una società perennemente assente e inadeguata ad espletare il proprio ruolo (ri)educativo e formativo. Imbrigliati in una subcultura delinquenziale di stampo mafioso, i giovani reclusi sono al tempo stesso fautori e vittime di un’ineluttabile spirale omertosa che li avvolge e li travolge verso l’abisso morale, etico ed esistenziale. Complici di tale brutalità e squallore sono le altrettanto criminose ed a volte ingiustificate imposizioni comportamentali e gerarchiche all'interno di un riformatorio che mira alla completa privazione di ogni forma di libertà e solidarietà tra i detenuti.

Mery per sempre (1989) di Marco RisiVoce fuori dal coro, il professor Marco Terzi incarna quel grido d’indignazione verso il muro di gomma che permea l’intera struttura carceraria, ma non solo, e s’impegna ad offrire uno spiraglio di riscatto per mezzo della più sincera e sentita comprensione. Avvalendosi di ambientazioni autentiche e di un taglio registico di matrice neorealista, Risi sapientemente alterna attori professionisti e non al mero scopo di far trasparire quell'ineffabile codice sull'omertà che tanto condiziona i pensieri e le azioni dei giovani protagonisti.
Allo stesso modo, il cineasta milanese non disdegna registri e stilemi tipici del melodramma nel delineare e sottolineare la drammaticità e la tensione emotiva che scaturiscono da alcuni aspetti di vita vissuta, tra i quali spiccano la morte di un giovane ex carcerato durante una rapina e la toccante odissea di (auto)accettazione e (re)inserimento in società della giovane transessuale Mery.

Lo stesso finale denso di significato e foriero di una qualche speranza fa intravvedere una tenue consapevolezza in un destino migliore e una riconsiderazione delle regole etiche e morali all'interno del riformatorio. Tuttavia, ciò che attende questi ragazzi al di fuori delle mura carcerarie è assai più duro e spietato della vita da reclusi. L’incontro scontro con un mondo fatto di povertà e silenzi è difficile da debellare e ci sarà sempre un cliente fuori e in attesa di Mery.

di Giulio Giusti
Da:
http://www.mediacritica.it 


 
 

 

   Scheda 

         Mery per sempre (1989) di Marco Risi
     
PRODUZIONE Italia   
ANNO 1989  
DURATA 102'   
GENERE Drammatico   
REGIA Marco Risi     

INTERPRETI E PERSONAGGI


Michele Placido: Marco Terzi
Claudio Amendola: Pietro Giancona
Francesco Benigno: Natale Sperandeo
Alessandra Di Sanzo: Mario "Mery" Libassi
Tony Sperandeo: Turris, guardia carceraria
Giovanni Alamia: Marra, guardia carceraria
Roberto Mariano: Antonio Patanè
Maurizio Prollo: Claudio Catalano
Luigi Maria Burruano: Franco D'Annino "il Cliente"
Filippo Genzardi: Matteo Mondello
Alfredo Li Bassi: Carmelo Vella
Salvatore Termini: Giovanni Trapani, "King Kong"
Andrea De Luca: Alessandro, ragazzo carcerato
Gianluca Favilla: Direttore del riformatorio
Aurora Quattrocchi: Madre di Mery
Marco Crisafulli: Davide Varelli
Carlo Berretta: Salvatore Sperandeo
Pippo Augusta: Padre di Mery

 
SOGGETTO Aurelio Grimaldi  
SCENEGGIATURA Aurelio Grimaldi, Sandro Petraglia, Stefano Rulli   
FOTOGRAFIA Mauro Marchetti  
MONTAGGIO Claudio Di Mauro  
MUSICHE Giancarlo Bigazzi   
COSTUMI Roberta Guidi Di Bagno  
     
       


 

 

 

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IL CINEMA E' DONNA: GRANDI REGISTE PER GRANDI FILM
Senza tetto né legge (1985)

 

Durante la stagione invernale, una giovane hippy viene trovata morta per assideramento. Siamo nel cuore della Francia profonda.

Attraverso una serie di flash-back che ne segnano le tappe, il film ricostruisce l'ultimo inverno della protagonista, interpretata alla perfezione da Sandrine Bonnaire. Lei ha lasciato un lavoro in ufficio per sposare la libertà, senza tetto né legge. Certo, la storia si muove sul crinale dell'allegoria. Quello di Simone-Monà è un vero e proprio calvario della solitudine quale risvolto necessario della scelta di libertà: la parabola della fanciulla passa attraverso una serie di rimandi evangelici (il pastore e le pecorelle, il dono gratuito del sangue, le ferite simili a stigmate dopo il lavoro nei campi, la fustigazione, seppur in chiave farsesca, nel finale; il sacrificio).

La regia è di Agnès Varda, nota fra gli appassionati dei Doors per essere stata fra i partecipanti più illustri ai funerali di Jim Morrison (che aveva conosciuto a Parigi), ma soprattutto autrice di un altro gioiello, “Cleo dalle 5 alle 7”, la cui protagonista veniva fotografata nelle due ore precedenti il ritiro di alcuni esami sanitari molto delicati. In “Sans toit ni loi” la Varda è molto attenta anche a impostare l'asse del linguaggio, intriso di gergalismi e calembours. Attraverso i calembours si evoca l'assoluta impotenza e autoreferenzialità della parola di fronte alla forza delle cose; con i diversi livelli linguistici, l'intersecarsi dei vari piani sociali posti in correlazione, come in un reportage sull'ipocrisia trasversale di tutto un mondo, intorno alla figura della testimone-vittima.

Senza tenno né leggeCiascuno degli altri personaggi, posto di fronte all'unicità assoluta di Monà, matura verso di lei una colpa: il camionista del primo autostop la scarica avendone visto l'impermeabilità alle avances; la platanologa (Madame Landier, interpretata da Macha Méril, la Renée di “Belle de jour”) la abbandona per poi, tardivamente, tornare sulle sue tracce; il buon vignaiolo la caccia per non dispiacere ai confratelli musulmani; la domestica Yvonne dopo averla ospitata la ripudia perché con il cognac ha fatto praticamente risorgere - altro tratto evangelico - la vecchia di cui lei si occupa; l'ex fidanzato dopo averla ritrovata le incendia ogni cosa intorno.

Forse il personaggio di contorno più significativo è quello del pastore. Sviluppando la sola analisi articolata, egli dice che la ragazza, proprio nel momento in cui dimostra una totale inutilità, attesta la forza del Sistema, il quale non viene in alcun modo messo alla prova, perché lei non è autonoma e vive di carità; Monà aberra, non erra, in quanto non ha progetti, né prospettive; è “sporca” e per l'assoluta mancanza di regole e d'igiene rende sporco ciò che la circonda. Tuttavia, il tema della sporcizia esteriore contrapposta all'ipocrisia, cioè a quella interiore, è centrale in tutto il film e in questo caso suggerisce il conformarsi, da parte del pastore, all'approccio borghese nell'intendere il reale e l'umanità; né biasimando l'inutilità della vagabonda egli si pone all'esterno dell'ottica utilitaristica dominante; a sua volta la professoressa, che lotta per la difesa dei platani, sembra latrice di una visione più costruttiva, ma dove sono gli altri esseri umani, per lei? La ragazza, priva di vincoli e di morale, ha costituito per la studiosa un semplice oggetto di divertimento, l'ennesimo focus di quelle che la compagna d'un suo ex allievo chiama le sue trances intellettuali. E il giovane studioso se ne dirà impaurito perché disgustato. Nessuno comprende fino in fondo colei che, al termine del proprio vagabondare, pagherà per tutti, restituendo l'iniziale stabilità alla società che ha solcato come un'inquietante meteora.

Che una figura cristica immersa nei nostri tempi come quella di Monà, con la propria radicale ribellione e la scelta della marginalità, possa rappresentare il solo modo di vivere senza compromessi? E che la sua morte ne dimostri, infine, la totale impossibilità? Agnès Varda sembra lasciare libera la risposta.

  da: www.debaser.it/agnes-varda/senza-tetto-ne-legge/recensione


 
 

 

   Scheda film  

         Senza tetto né legge
     
TITOLO ORIGINALE Sans toit ni loi  
PRODUZIONE Francia  
ANNO 1985  
DURATA 105'   
COLORE Colore  
AUDIO Mono  
RAPPORTO 1,66 : 1  
GENERE Drammatico  
REGIA Agnès Varda    


INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Sandrine Bonnaire: Mona Bergeronf
  • Setti Ramdane: le marocaine qui la trouve
  • Francis Balchère: un gendarme
  • Jean-Louis Perletti: un autre
  • Urbain Causse: un paysan interrogé
  • Christophe Alcazar: un autre, brûleyrr de fossé
  • Dominique Durand: le premier motard
  • Macha Méril: la platonologne Mme Landier
 


DOPPIATORI
ITALIANI
 
  • Claudia Balboni: Mona Bergeronf
 
     
SOGGETTO Agnès Varda  
SCENEGGIATURA Agnès Varda  
FOTOGRAFIA Patrick Blossier  
MONTAGGIO Patricia Mazuy e Agnès Varda  
MUSICHE Joanna Bruzdowicz  
     
       


 

 

 

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IL CINEMA E' DONNA: GRANDI REGISTE PER GRANDI FILM
Monsoon Wedding (2001)

 

Si apre con il colore e con la musica Monsoon Wedding, ultima prova della quarantaquattrenne regista indiana Mira Nair, con il trascorrere del tempo (e l'arricchirsi della sua cinematografia) sempre più accreditata presso gli ambienti culturali occidentali, tanto da riuscire - grazie al successo delle proprie opere - a fondare una casa di produzione indipendente (la "Mirabai Films") e - lo scorso settembre - ad aggiudicarsi il Leone d'Oro alla LVIII Mostra del Cinema di Venezia.

Una sinfonia trascinante e vagamente dadaista di punti, linee, colori e musica anima lo schermo insieme ai titoli di testa: sia il ritmo, così allegramente indiavolato, sia le colorate cartoline d'apertura (che ricordano gli esordi di certe gradevoli commedie hollywoodiane degli anni sessanta) riescono con la loro immediatezza ad immergere fino al collo lo spettatore nella pittoresca, sfrenata, etnica e - a tratti - abbastanza tipizzata caoticità di un film che dispensa a piene mani quel senso di vitalistico caos, di gioia di vivere malgrado tutto, quel magico miscuglio di sensualità e passione proprio delle cinematografie (delle espressioni culturali, in genere) del sud del mondo.

Questa particolarità sembra essere - in effetti - il marchio di fabbrica di tutta la ben centellinata, non invasiva produzione della Nair: dal film d'esordio Salaam Bombay! (1988), storia di un ragazzino indiano, Krishna, alle prese con la spietata realtà della metropoli del titolo, fino ad arrivare - attraverso qualche sconfinamento in trame un po' spurie, ibride, come avviene in Mississippi Masala (1990), racconto di un amore contrastato che ha per sfondo le divisioni etniche fra la comunità africana e quella indiana trapiantata in America dall'Uganda, e La famiglia Perez (1995), dall'omonimo romanzo di Christine Bell, che narra la rocambolesca fuga di un contadino cubano dalle prigioni castriste dell'Avana sino alle coste della Florida, con l'illusione di ricongiungersi alla sua famiglia - al penultimo film Kamasutra (1997), favolisticamente ambientato nell'India del millecinquecento, e - appunto - a Monsoon Wedding.

Monsoon WeddingC'è da chiedersi - tuttavia - se proprio questa spiccata inclinazione verso il folkloristico, il pittoresco, la più o meno naturalistica resa d'ambiente non costituisca un limite anziché un pregio della cineasta indiana, che in questo modo non riesce ad uscire dagli angusti confini di un discorso localistico e - di conseguenza - parziale, per approdare a tematiche meno campanilistiche: mentre - nei suoi momenti migliori - rimane come sospesa al confine fra due mondi, due modelli di pensiero, due modi di fare cinema ben distinti, operandone una altrettanto singolare contaminatio di stili e di contenuti.

Come avviene anche e soprattutto in Monsoon Wedding, più recente espressione di questa doppia anima della Nair (che vive - a guisa dei suoi film - fra Delhi e New York), un genere di pellicola estremamente in voga e redditizia per l'industria cinematografica indiana, intrisa di umori, atmosfere, colonne sonore tradizionali ma girata con gusto e tecniche occidentali (in maniera analoga al pluripremiato La tigre e il dragone di Ang Lee, pur con esiti differenti).

Su questa falsariga l'India rappresentata nel film è anch'essa duale, divisa irrimediabilmente a metà fra povertà e ricchezza (anche se l'autrice sembra non voler approfondire troppo l'argomento), consuetudine e novità (i sari e le antiche melodie d'amore convivono con i telefonini, i talk-show, i brani da discoteca), passato e presente (la vecchia e la nuova generazione, i vecchi e i nuovi ricchi).

Rimane da dire - a dispetto della natura ibrida - che il racconto della movimentata preparazione del matrimonio di Aditi (Vasundhara Das) con Hemant (Parvin Dabas), tra confusionarie riunioni parentali, pantagruelici banchetti, canti, danze e mini drammi familiari (quelli - purtroppo - amaramente uguali in ogni angolo del mondo), è un'operazione artistica e commerciale perfettamente riuscita: funzionano sia la storia, sia i personaggi (una menzione speciale si merita Dubey - Vijay Raaz - il buffo e un po' fanfarone organizzatore della cerimonia in casa Varma, la cui comica goffaggine insegue quella topica del nostro Troisi), sia la variegata compagine degli attori (su cui campeggia Naseeruddin Shah) e - in particolar modo - delle attrici (da Vasundhara Das a Shefali Shetty), autentico cuore pulsante di un'opera che - oltre ad essere un divertito e commosso omaggio all'India - è anche un gioioso inno al genere femminile.

Sul variopinto quadro scende nel finale - con un pizzico di accorta demagogia - una simbolica pioggia monsonica catartica, livellatrice di ogni diseguaglianza: mentre l'occhio della cinepresa si sposta trionfante sui volti, sui corpi, celebrando l'esultanza di uno sguardo non casuale sul panorama debordante e contraddittorio del pianeta India.

  da: http://www.effettonotteonline.com/


 
 

 

   Scheda film  

         Monsoon Wedding
     
TITOLO ORIGINALE Monsoon Wedding  
PRODUZIONE India  
ANNO 2001  
DURATA 114'   
COLORE Colore  
AUDIO Dolby Digital  
RAPPORTO 1,85 : 1  
GENERE Drammatico, Sentimentale  
REGIA Mira Nair    


INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Naseeruddin Shah: Lalit Verma
  • Lillete Dubey: Pimmi Verma
  • Shefali Shetty: Ria Verma
  • Vijay Raaz: Parabatlal Kanhaiyalal 'P.K.' Dubey
  • Tilotama Shome: Alice
  • Vasundhara Das: Aditi Verma
  • Parvin Dabas: Hemant Rai
  • Kulbhushan Kharbanda: C.L. Chadha
  • Kamini Khanna: Shashi Chadha
  • Rajat Kapoor: Tej Puri
  • Neha Dubey: Ayesha Verma
  • Kemaya Kidwai: Aliya Verma
  • Ishaan Nair: Varun Verma
  • Randeep Hooda: Rahul Chadha
  • Roshan Seth: Mohan Rai
 


DOPPIATORI
ITALIANI
 
  • Gianni Musy: C.L. Chadha
  • Veronica Puccio: Aliya Verma
 
     
SCENEGGIATURA Sabrina Dhawan  
FOTOGRAFIA Declan Quinn  
MONTAGGIO Allyson C. Johnson  
MUSICHE Mychael Danna  
     
       


 

 

 

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 LA BELLE ÉPOQUE E IL CINEMA DI MAX OPHÜLS
Lettera da una sconosciuta (1984)

 

Ancora una volta Ophüls, con le sue atmosfere decadenti e il suo Schnitzler dietro l'angolo, ci racconta, attraverso la plateale falsità della messa in scena, i tormenti dell'anima per un bruciante desiderio d'amore inappagato. Lisa, fin da giovane ama il pianista Stefan. La loro relazione, dopo le iniziali distrazioni di lui, durerà un breve periodo. La sua partenza determinerà l'addio, nonostante le sue promesse. Lisa seguirà la vita di Stefan e la lettera che gli scriverà, per comunicargli la nascita di un figlio, gli giungerà quando ormai lei sarà morta.

Attorno a questa storia, dai forti toni melodrammatici, Ophüls imbastisce il proprio cinema, attraverso uno stile inconfondibile e sempre efficace, complici i suoi attori e soprattutto la straordinaria Joan Fontaine.  Nei primi piani del suo sguardo c'è il presagio del suo destino e nel contempo, la distanza che i suoi occhi stabiliscono con gli oggetti, con quelli di Stefan in particolare, accentuano la separazione (sarebbe da dire di nuovo la distanza) tra lei e l'oggetto del suo desiderio.

In questo senso il cinema di Ophüls, come sottolinea Fred Camper, si distingue per questa "disarmonia" dello sguardo che egli impone al suo cinema e gli esempi, in questo film, sono numerosi. Si condensano, soprattutto, in quella esibita incapacità di Lisa di fermare, con il proprio sguardo, che tutto vorrebbe possedere per intero, la passione che pervade il suo animo. In questa sofferenza esplicita, che la condurrà alla rovina, Lisa trascina anche Stefan nell'atto estremo di un ennesimo sguardo, privo, come spesso accade in questo film, di referente, che è la lettera che gli spedisce.

Lettera da una sconosciutaL'atmosfera di forte carica melodrammatica non può farci sfuggire che Lettera da una sconosciuta è anche un immenso specchio della memoria tutto racchiuso nella frase finale della lettera di Lisa: "Se avessi riconosciuto ciò che è sempre stato tuo avresti trovato ciò che non andò mai perso". Estrema ipotesi di una memoria che incide sui personaggi svuotando il significato della loro vita e che agisce in questo senso soprattutto su Stefan rendendolo estraneo all'intera storia e mostrandoci, improvvisamente, il suo vuoto al di là di ogni sua apparenza.

Memoria e ricordo costituiscono materia strutturale del film che esplicita nel lungo e decisivo flashback, (esempio notissimo insieme a quello di 
Sunset boulevard e Monsieur Verdoux di voce fuori campo di un personaggio morto), questo tratto inscindibile e prevalente. Un flashback in cui l'ingannevole presente è foriero del triste futuro e appare immerso in questo flusso opaco e fantasmatico della memoria, scisso tra l'io narrante di Lisa e lo sguardo attonito di Stefan e inscritto nella cornice di quella insistita e plateale falsità della scena e della ricostruzione degli ambienti.

Il tentativo di fermare il presente, in quel fluido se non torrenziale scorrere della memoria, come estrema possibilità di salvezza e la raggelante impossibilità dell'impresa, poiché il ricordo appare costretto da un futuro già predestinato, costituiscono la sconfitta di Stefan che solo nell'ultima scena assumerà le vesti di un personaggio a tutto tondo avendo assunto tale decisiva consapevolezza, mentre nella volontà di vivere il ricordo come un tempo sempre presente, pur nella certezza di una solo apparente sconfitta, sta la sfida di Lisa e del suo incorruttibile amore. Per tutte queste ragioni si nutre, da sempre, un amore incondizionato verso questo film.

da: www.sentieriselvaggi.it


 
 

 

   Scheda film  

       Lettera da una sconosciuta  
TITOLO ORIGINALE Letter from an Unknown Woman  
LINGUA Inglese  
PRODUZIONE USA  
ANNO 1948   
DURATA 86'   
COLORE B/N  
AUDIO Sonoro  
RAPPORTO 1,37 : 1  
GENERE Drammatico  
REGIA Max Ophüls (con il nome Max Opuls)    


INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Joan Fontaine: Lisa Berndle
  • Louis Jourdan: Stefan Brand
  • Marcel Journet: Johann Stauffer
  • Art Smith: John
  • Mady Christians: Signora Berndle
  • Carol Yorke: Marie
  • Howard Freeman: Signor Kastner
  • John Good: Tenente Leopold von Kaltnegger
  • Leo B. Pessin: Stefan jr.
  • Erskine Sanford: Porter
  • Otto Waldis: portinaio
  • Sonja Bryden: Signora Spitzer
  • Betty Blythe: Frau Kohner (non accreditata)
 
DOPPIATORI
ITALIANI
Ridoppiaggio:
  • Melina Martello: Joan Fontaine
 
SOGGETTO Stefan Zweig (racconto)  
SCENEGGIATURA Howard Koch Max Ophüls(non accreditato)  
FOTOGRAFIA Franz Planer  
MONTAGGIO Ted J. Kent  
MUSICHE Daniele Amfitheatrof  
SCENOGRAFIA Alexander Golitzen Russell A. Gausman e Ruby R. Levitt(arredatori)  
COSTUMI Travis Banton  
     
       

  

Informazioni aggiuntive