LunedìCinema Cineforum 2019 - 2020
  
100 ANNI CON FELLINI
I Vitelloni (1953)

 

Il più sincero, triste ed autobiografico FelliniCinque uomini, tutti sulla trentina, nella provincia immobile di quella che riprende Rimini negli anni 50. Cinque vitelloni quindi, un gruppo di pasciuti amici che non vogliono crescere e che riesce a vivere nell’impasse generazionale che li lega. Moraldo (quello che più si avvicina alla figura di Fellini non ancora regista) è il più sensibile, introverso, silenzioso, ma anche il più coraggioso, perché sarà l’unico ad abbandonare il paese senza avere ancora in mente il luogo di destinazione. Albertone, il più mammone della comitiva, solo dopo una grossa sbronza si avvicinerà all’idea di maturare (che coincide con la presa di coscienza del matrimonio-legame), ma si ritroverà alla fine ancora legato alla figura della vecchia madre, promettendole che non l’abbandonerà mai come invece ha appena fatto sua sorella Olga scappando con un uomo sposato. Riccardo e Leopoldo, tenore e drammaturgo bloccati nella ricerca dell’ispirazione e delle possibilità, e poi Franco, il bello della comitiva, sposato e votato alle scappatelle, che accetterà di considerarsi marito solo dopo le cinghiate di suo padre.

I Vitelloni (1953) di Federico FelliniRacconto amaro sull’immobilità della provincia, sulla mancanza d’aspirazioni di un determinato gruppo di ragazzi che continua a vedersi lontano dal mondo della maturità legata alla responsabilità del ruolo. Federico Fellini scappa da quest’immobilismo, ma attraverso l’ultimo sguardo-commento-battuta di Moraldo, fugge con un senso di disagio per il nuovo e dispiacere per il vecchio. È ancora incerto, rimpiange, non rinnega, se ne allontana. L’immagine che chiude il film è quella del ragazzino lavoratore, in bilico sulla linea retta dei binari. Una speranza, o la morte della fanciullezza.

Primi grossi e pesanti passi del regista nell’immaginario deformante (la festa di carnevale dove Alberto Sordi è sopraffatto da alcol e coscienza) e malinconico (passeggiate sulla spiaggia d’inverno) che determineranno la trama della sua imponente storia cinematografica. Regia pulita, riconosciuta come un capolavoro d’artista, il film rappresenta già l’altezza (ed uno dei momenti più alti) di tutto il lavoro del maestro riminese.
Ottimo cast d’attori, specialmente il trio Moraldo, Franco, Alberto (Interlenghi-Fabrizi-Sordi) quest’ultimo riconosciuto con il Nastro d’argento come miglior attore (il film ottenne anche il Nastro d’argento come miglior film e produzione ed il Leone d’argento a Venezia nel 1953). Alberto Sordi, con il gesto dell’ombrello mentre fa una pernacchia ad un gruppo di operai e poi viene rincorso da questi una volta che si blocca l’automobile sulla quale stava viaggiando, rimarrà per sempre nella comune memoria dello spettatore italiano. Fabrizi è doppiato da Nino Manfredi e Trieste da Adolfo Geri. Franco Interlenghi è stato Pasquale in Sciuscià (1943) di Vittorio De Sica. Completo, moderno, racconta un momento della vita comune a tutti. Sarcasticamente commovente.

da: http://www.cinemah.com

 

 

   Scheda 

         I Vitelloni (1953) di Federico Fellini
     
PRODUZIONE Italia, Francia  
ANNO 1953  
DURATA 108'  
COLORE B/N  
RAPPORTO 1,37 : 1   
GENERE Commedia, Drammatico  
REGIA Federico Fellini

   
INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Alberto Sordi: Alberto
  • Franco Interlenghi: Moraldo Rubini
  • Franco Fabrizi: Fausto Moretti
  • Leopoldo Trieste: Leopoldo Vannucci
  • Riccardo Fellini: Riccardo
  • Eleonora Ruffo: Sandra Rubini
  • Jean Brochard: Francesco, il padre di Fausto
  • Claude Farell: Olga, la sorella di Alberto
  • Carlo Romano: Michele, l'antiquario
  • Enrico Viarisio: il padre di Moraldo e Sandra
  • Paola Borboni: la madre di Moraldo e Sandra
  • Lída Baarová: Giulia, la moglie di Michele
  • Arlette Sauvage: la sconosciuta nel cinema
  • Vira Silenti: Gisella, la "cinesina"
  • Maja Nipora: Caterina, la soubrette
  • Achille Majeroni: Sergio Natali, il capocomico
  • Silvio Bagolini: Giudizio
  • Giovanna Galli: una ballerina
  • Guido Martufi: Guido, il giovanissimo fattorino della stazione
  • Milvia Chianelli:
  • Lilia Landi (non accreditata): nel ruolo di se stessa
  • Franca Gandolfi: (non accreditata): ballerina
  • Lino Toffolo (non accreditato): un ragazzo al carnevale
 
DOPPIATORI ITALIANI

  • Nino Manfredi: Fausto Moretti
  • Adolfo Geri: Leopoldo
  • Rina Morelli: Sandra Rubini
  • Giusi Raspani Dandolo: la madre di Moraldo e Sandra
  • Gabriella Genta: Olga, la sorella di Alberto
  • Enrico Ostermann: Francesco, il padre di Fausto
  • Flaminia Jandolo: la "cinesina"
  • Jole Fierro: la soubrette
  • Riccardo Cucciolla: il narratore
 
SOGGETTO Federico FelliniEnnio FlaianoTullio Pinelli

 
PRODUTTORE Peg Films, Cite Films

 
SCENEGGIATURA Federico Fellini, Ennio Flaiano  
FOTOGRAFIA Carlo CarliniOtello MartelliLuciano Trasatti  
MONTAGGIO Rolando Benedetti  
SCENOGRAFIA Mario Chiari  
MUSICHE Nino Rota, diretta da Franco Ferrara  
     


 

 

 

 LunedìCinema Cineforum 2019 - 2020
  
100 ANNI CON FELLINI
Toby Dammit (1968)
Block notes di un regista (1969)

 

TOBY DAMMIT - Federico Fellini, 1968

Tutti conoscono il Cinema del nostro Federico Fellini, uno dei più famosi e amati registi di sempre.
In pochi, però, hanno visto l’episodio Toby Dammit, inserito nel film Tre Passi nel Delirio, antologia liberamente ispirata ai racconti di Edgar Alla Poe. Il film, distribuito nei cinema nel lontano 1968, è un vero e proprio omaggio allo scrittore di Boston da parte di Louis Malle, Roger Vadim e Federico Fellini, appunto.
Dei tre episodi, quello assolutamente da vedere nonché quello più riuscito è proprio quello del regista nato a Rimini nel 1920.
Toby Dammit, con Terence Stamp, Salvo Randone, Milena Vukotic e ispirato a Mai Scommettere la Testa col Diavolo, racconta di un attore alcolizzato che accetta di prendere parte a un western all’italiana in cambio di una Ferrari. In poco più di quaranta minuti, Fellini dirige la sua opera più oscura, minacciosa e paurosa. Un’autentica gemma, fin troppo spesso dimenticata, della filmografia del nostro.

Toby Dammit - Federico Fellini (1968)LA SCENA CULT
La furiosa folle corsa notturna in auto di Toby Dammit, interpretato da un grande Terence Stamp. Indimenticabile.

LE CURIOSITA’
Marlon Brando e Richard Burton sono stati entrambi considerati per interpretare il ruolo di Toby Dammit.
Tre Panni nel Delirio è stato distribuito in Inghilterra solamente nel 1973. Nel 2019 è invece uscito per il mercato inglese in Blu-ray e DVD con il titolo Spirits of the Dead.
In Toby Dammit appare brevemente una bambina che ricorda, da vicino, il bambino presente in Operazione Paura, capolavoro di un altro Maestro del Cinema: Mario Bava. Fellini però non informò mai Bava di questa citazione, il regista horror se ne accorse solamente quando vide il film in sala.
Una versione restaurata di Toby Dammit è stata presentata all’edizione 2008 del Tribeca Film Festival di New York. Il restauro, a cura del direttore della fotografia Giuseppe Rotunno, è stato possibile grazie al Centro Sperimentale di Cinematografia e al contributo di Ornella Muti e KGC.
Il finale di Toby Dammit è tutto incentrato su di una folle corsa notturna in auto del protagonista. La sequenza ricorda da vicino la scena di Arancia Meccanica di Stanley Kubrick dove i quattro drughi sono a bordo di un auto prima di scatenarsi in una lunga notte di ultraviolenza.

da: http://barracudastyle.com/


BLOCK-NOTES DI UN REGISTA di Federico Fellini

Documentario fittizio e auto-narrazione in forma diaristica, redatta e girata da Federico Fellini mentre era sul set per Il viaggio di G. Mastorna, il suo grande progetto mai realizzato. C'è spazio anche per i dettagli delle ricerche relative alla preparazione e alla lavorazione del Satyricon.

Come dimostrerà ampiamente in seguito, il Fellini dell'ultima parte della sua carriera è un autore che nel metacinema è armoniosamente a suo agio: non esita a mettersi in scena sempre e comunque, sbandierando un indulgente autobiografismo affiancato da una sostanza poetica che con gli anni si andrà facendo sempre più concreta. Questo è il preludio in provetta a quella tipologia di cinema, una cine-agenda di nome e di fatto di discreta importanza storica, in rapporto al Fellini che seguirà ma anche come documento sui suoi metodi di lavoro. Il materiale però non è tutto interessante o irrinunciabile, e c'è qualche passaggio di troppo in cui manca un po' di appeal. La vera chicca è il provino di Marcello Mastroianni per il ruolo di Mastorna, che dice moltissimo del rapporto tra il regista e il suo divo prediletto.

da: https://www.longtake.it/

    

 

 

 

 

 

   Scheda 

      Toby Dammit - Federico Fellini (1968)   














     
TITOLO  Toby Dammit  
PRODUZIONE Francia, Italia  
ANNO 1968  
DURATA 43'  
COLORE Colore
 
RAPPORTO 1.75 : 1  
GENERE Orrore, thriller  
REGIA Federico Fellini

   

INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Terence Stamp: Toby Dammit
  • Salvo Randone: Padre Spagna
  • Antonia Pietrosi: l'attrice
  • Ferdinand Guillaume: un vecchio attore
  • Brigitte: ragazza che parla col vecchio attore
  • Anne Tonietti: commentatrice televisiva
  • Fabrizio Angeli: primo regista
  • Ernesto Colli: il secondo regista
  • Aleardo Ward: primo intervistatore
  • Paul Cooper: il secondo intervistatore
  • Milena Vukotic: intervistatrice tv
  • Andrea Fantasia: produttore al party
  • Marina Yaru: bambino/Il diavolo
  • Irina Maleeva: zingara
  • Ettore Arena: rabbino all'aeroporto
  • Dakkar: uomo di colore all'aeroporto
 

DOPPIATORI ITALIANI

  • Osvaldo Ruggieri: voce narrante di Toby Dammit ad inizio episodio
  • Giuseppe Rinaldi: Padre Spagna
  • Serena Verdirosi: commentatrice TV
 
SOGGETTO dal racconto di Edgar Alan Poe  
PRODUTTORE Alberto GrimaldiRaymond Eger
 
SCENEGGIATURA Bernardino ZapponiFederico FelliniLouis MalleRoger VadimPascal Cousin  
FOTOGRAFIA Giuseppe Rotunno
 
MONTAGGIO Ruggero Mastroianni  
SCENOGRAFIA Pietro Tosi  
MUSICHE Nino Rota  
     
     
     
TITOLO  Block-notes di un regista  
LINGUA ORIGINALE Inglese, italiano  
PRODUZIONE Stati Uniti  
ANNO 1969  
DURATA 60'  
COLORE Colore  
RAPPORTO 1,33 : 1  
GENERE  Documentario  
REGIA Federico Fellini  

INTERPRETI E PERSONAGGI

Federico Fellini: se stesso
Giulietta Masina: se stessa
Marcello Mastroianni: se stesso
Caterina Boratto: se stessa
Marina Boratto: se stessa
David Maumsell: se stesso
prof. Genius: se stesso
Cesarino: se stesso
Bernardino Zapponi: se stesso
Lina Alberti: se stessa
Alvaro Vitali: se stesso
Ennio Antonelli: se stesso
Attori non professionisti

 
SOGGETTO Federico Fellini, Bernardino Zapponi  
SCENEGGIATURA Federico Fellini, Bernardino Zapponi  
FOTOGRAFIA Pasqualino De Santis  
MONTAGGIO Ruggero Mastroianni  
MUSICHE Nino Rota  
     
     

 

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100 ANNI CON FELLINI
Fellini Satyricon (1969)

 

I protagonisti sono Ascilto ed Encolpio, due giovani scapestrati romani che vivono di espedienti in una Roma imperiale simbolo della decadenza morale dei tempi. Lo sfondo sociologico del film è quello delle nuove classi sociali, come i liberti arricchiti e i cavalieri.
I due si innamorano dell'efebo Gitone e per un po' le sue grazie vengono divise dai due fino a che questi sceglie Ascilto. A questo punto, Encolpio sconfortato si lascia andare psicologicamente e viene coinvolto in varie avventure...

La fonte bibliografica principale a cui si ispirarono Fellini e il cosceneggiatore Bernardino Zapponi è La vita quotidiana a Roma all'apogeo dell'Impero (1939) di Jérôme Carcopino (1881-1970). Il film fu distribuito e prodotto dalla P.E.A. in collaborazione con Les Productions Artistes Associes di Parigi. Il regista stesso definì il film come "un saggio di fantascienza del passato", ma la critica apparve subito spiazzata dall'estremo sperimentalismo narrativo di tipo onirico che Fellini adottò nel film, e per questo molti recensori furono discordi sul valore e il significato dell'opera. In realtà il regista aveva intenzione di prendere l’opera petroniana semplicemente come spunto per descrivere, attraverso il fasto decadente della Roma imperiale dell’epoca, la decadenza stessa insita nella nostra civiltà occidentale moderna e contemporanea. Egli vuole rendere l’instabilità della condizione umana e la forza del Caso che pervade tutte le culture nella fase della curva discendente e che interviene a far percepire all’essere umano la caducità della propria vita e l’impossibilità di prevedere ciò che riserva il futuro.

«Nella sua struttura di ricognizione onirica di un passato inconoscibile e di rapporto fantastorico sulla Roma imperiale al tramonto, come guardata attraverso l'oblò di un’astronave, il Satyricon non nasconde le sue ambizioni di essere un film sull'oggi]]. L’itinerario picaresco e becero dei due vitelloni antichi (purtroppo né personaggi veri né simboli) lascia il posto a un’ansia esistenziale e religiosa, all’interrogazione sul significato del nostro passaggio terreno. Su questo versante – al di là della straordinaria ricchezza figurativa, funerea e notturna dell’insieme – i momenti più felici sono l’episodio della villa dei suicidi e l’addio alla vita del poeta Eumolpo» (Morando Morandini[3])

Fellini Satyricon (1969) di Federico FelliniIl critico cinematografico Davide Rinaldi così spiega l’intimo significato del film ponendo un parallelo con La dolce vita: «Come ne La dolce vita, il Fellini Satyricon mette i riflettori sulle abiezioni umane, i sogni, le babilonie, la negatività del protagonista, ma mentre il primo film si muoveva nell’ambito della civiltà contemporanea (riconoscibile per tutti) il secondo indaga l’inconscio collettivo, e per questo rappresenta un percorso e un'opera più ostica, a tratti noiosa, non di certo rassicurante. Gli spettatori assistono al film come se questo fosse fatto di sabbie mobili: ogni elemento contiene dei buchi neri in cui perdersi e per cui perdere continuamente il filo del discorso. La grandezza del Fellini Satyricon consiste ancora una volta nella sua inutilità, nel suo essere svincolato dai problemi dell’oggi e del domani, ma di rivolgersi direttamente nell’interiorità dell’umanità, al di là di confini spaziali, temporali, sociali.[4]»

Il Satyricon di Fellini è un testo cinematografico ricolmo di simbologie oniriche che rimandano alla decadenza del mondo d'oggi. Ad esempio i personaggi vivono in un mondo di rovine: Encolpio e il poeta Eumolpo visitano ad un certo punto un museo. Esso contiene opere d’arte classica già antiche, deteriorate dal tempo, e contemporaneamente sullo sfondo alcuni personaggi sfilano su un carrello come in una messa in scena da teatro di posa. Ed ancora, su una spiaggia si vedono alcuni cannibali divorare il corpo di un poeta, mettendo in scena metaforicamente una sorta di percorso regressivo, archetipico, in cui il cannibalismo è il simbolo del ritorno ad una fase primitiva, animalesca dell'uomo. Attraverso il materiale onirico, Fellini vuole mettere in scena gli incubi e le perversioni inconfessate della società archetipica che descrive, colorando il tutto di una forte patina dionisiaca, irrazionale. La critica sulle prime sembrò ignorare tali significati profondi ed accusò la mancanza di continuità del film ed il fatto che non si interessi di problemi sociali.

Curiosità

  • Tra le comparse utilizzate nel film c'è anche Renato Fiacchini, in arte Renato Zero.
  • Nel ruolo del Minotauro, Luigi Montefiori, che di lì a qualche anno sarà presenza fissa in polizieschi all'italiana e spaghetti-western, con il nome d'arte di George Eastman.
  • Nell'episodio della Matrona di Efeso Fellini mette il soldato a guardia di un impiccato mentre nel libro di Petronio si parla di un crocefisso, cosa che ha fatto pensare a molti che l'Arbitro volesse fare una satira della Resurrezione di Cristo dandone una spiegazione in chiave comica (ribaltando la tesi del filologo Erwin Preuschen che sosteneva che il Vangelo di Marco si rifacesse proprio al Satyricon).

da: http://www.enciclopediadeldoppiaggio.it/

    

 

 

 

 

 

   Scheda 

         Fellini Satyricon (1969) di Federico Fellini
     
LINGUA ORIGINALE Italianolatinogreco antico  
PRODUZIONE Italia  
ANNO 1969  
DURATA 129'  
COLORE Color (DeLuxe)  
RAPPORTO 2.35 : 1  
GENERE Storicodrammaticofantasticoepicoavventura  
REGIA Federico Fellini

   

INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Martin Potter: Encolpio
  • Hiram Keller: Ascilto
  • Max Born: Gitone
  • Salvo Randone: Eumolpo
  • Mario Romagnoli (accreditato come "Il Moro"): Trimalcione
  • Magali Noël: Fortunata
  • Capucine: Trifena
  • Alain Cuny: Lica
  • Fanfulla: Vernacchio
  • Danika La Loggia: Scintilla
  • Giuseppe Sanvitale: Abinna
  • Genius: il liberto arricchito alla cena di Trimalcione
  • Lucia Bosè: la matrona suicida
  • Joseph Wheeler: il patrizio suicida
  • Hylette Adolphe: la schiavetta di colore
  • Tanya Lopert: l'imperatore
  • Gordon Mitchell: il predone
  • George Eastman (accreditato come "Luigi Montefiori"): Minotauro
  • Marcella Di Folco (accreditata come "Marcello Di Falco"): il proconsole
  • Elisa Mainardi: Marianna
  • Donyale Luna: Enotea
  • Carlo Giordana: il capitano della nave
  • Pasquale Baldassarre: l'ermafrodita
  • Alvaro Vitali: l'imperatore nella rappresentazione teatrale di Vernacchio
  • Ennio Antonelli: uno schiavo di Trimalcione
 

DOPPIATORI ITALIANI

  • Gianni Giuliano: Encolpio
  • Antonio Casagrande: Ascilto
  • Renato Turi: Eumolpo
  • Corrado Gaipa: Trimalcione
  • Rita Savagnone: Fortunata
  • Benita Martini: Trifena
  • Carlo Croccolo: Vernacchio
  • Aldo Giuffré: Abinna
  • Sergio Graziani: il patrizio suicida
  • Giacomo Furia: un'acquirente
  • Vinicio Sofia: un'acquirente
  • Oreste Lionello: il liberto arricchito
 
SOGGETTO Federico FelliniBernardino Zapponi (basato sul Satyricon di Petronio Arbitro)

 
PRODUTTORE Alberto Grimaldi

 
SCENEGGIATURA Federico FelliniBernardino ZapponiBrunello Rondi  
FOTOGRAFIA Giuseppe Rotunno  
MONTAGGIO Ruggero Mastroianni  
SCENOGRAFIA Danilo DonatiLuigi Scaccianoce  
MUSICHE Nino RotaIlhan MimarogluTod DockstaderAndrew Rudin  
COSTUMI Danilo Donati  
TRUCCO Rino CarboniLuciano Vito  
EFFETTI SPECIALI Joseph NatansonAdriano Pischiutta  
     


 

 

 

 LunedìCinema Cineforum 2019 - 2020
  
100 ANNI CON FELLINI
Roma (1972)

 

Federico Fellini si è sempre considerato un uomo nato in viaggio, definizione che ha ribadito volentieri in svariate occasioni. Nato nel centro Italia, si è sempre sentito molto legato a quella che è stata la culla della sua carriera cinematografica, la seconda casa da cui non si allontanerà mai, nonché lo scenario perfetto per i suoi capolavori: Roma.

L’opera che meglio valorizza il binomio Fellini-Roma è appunto Roma (1972), film connotato da un’estetica al limite del barocco, nobile e al contempo grottesco nei contenuti. Fellini raccontò la città eterna come nessuno aveva mai fatto prima, filtrandone la rappresentazione attraverso il proprio modo di amare e temere Roma. Non mancò occasione di affrontare il tema della religiosità nel film, e Fellini lo fece con una scena memorabile, quella in cui nobili, vescovi e cardinali assistono a una sfilata di modelli per suore e preti, mentre in sottofondo la musica di Nino Rota commenta la sequenza con un tema ironico e quasi infantile. Il percorso artistico di Fellini è sempre stato improntato sulla presa di coscienza di sé, che lo portò a infondere la propria soggettività cinematografica in tutti i suoi lavori; in ogni luogo, palazzo e abitante romano che decideva di immortalare. Per il maestro romagnolo Roma fu prima il mondo degli artisti del varietà (Luci del varietà, 1950), poi monumentale e mostruosa (Lo sceicco bianco, 1952), infine un traguardo per chi volesse lasciare la provincia – metafora del nido materno – per passare all’età adulta e quindi all’indipendenza (I Vitelloni, 1953).

Roma (1972) di Federico FelliniSe nei suoi lungometraggi Fellini raccontò di sé, della sua vita, dei suoi amori, delle sue passioni e delle sue paure professionali, Roma ne era lo sfondo costante, luogo per lui di crescita e cambiamento. Il punto più alto raggiunto dal cineasta è quello della raffigurazione della Roma bene, dei salotti borghesi, delle dive, dei locali notturni, delle feste esclusive e dei personaggi famosi; della bella vita romana che scoppia in pieno boom economico: di qui nacque La dolce vita (1960). La messa in scena di Fellini, il suo modo di esporre i fatti e i drammi dei personaggi, era del tutto nuova: il passaggio da un episodio all’altro avveniva attraverso degli stacchi netti senza dissolvenza, come davanti a dei quadri pittorici, accomunati dal tema della dolce vita romana.

Non si potrebbe spiegare il legame tra Fellini e Roma senza parlare di Cinecittà.  In un’intervista rilasciata a “La Repubblica”, il regista disse: «Quando ero piccolo questa parola, “Cinecittà”, evocava l’idea di una dimensione che avrebbe fatto parte della mia vita». Fu infatti la Hollywood italiana lo scenario in cui Fellini mosse i suoi più grandi passi, e la capacità che il regista aveva di ricreare qualsiasi cosa all’interno di quei capannoni è ancora oggi inarrivabile. Il suo penultimo film, Intervista (1987), è proprio un’autobiografia in cui Fellini illustra il suo legame con la “città del cinema” e con gli addetti ai lavori, raccontando come grazie a quel luogo fosse riuscito ad amare ancora di più il cinema, sovrapponendo vita e arte come se alla fine fossero esattamente la stessa cosaIl rapporto di Fellini con Roma era così forte che i tratti del suo cinema sono tutti racchiusi nella città, resa definitivamente eterna proprio dalle sue opere.

da: https://www.1977magazine.com

    

 

 

 

 

 

   Scheda 

         Roma (1972) di Federico Fellini
     
LINGUA ORIGINALE Italiano  
PRODUZIONE Italia, Francia  
ANNO 1972  
DURATA 119'  
COLORE Color (Technicolor)  
RAPPORTO 1.85 : 1  
GENERE commediabiografico  
REGIA Federico Fellini

   
INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Peter Gonzales: Federico Fellini diciottenne
  • Fiona Florence: Dolores
  • Britta Barnes
  • Pia De Doses: Principessa Domitilla
  • Marne Maitland: Guida alle catacombe
  • Renato Giovannoli: Cardinale Ottaviani
  • Elisa Mainardi: Moglie del farmacista
  • Raout Paule
  • Galliano Sbarra: Presentatore
  • Paola Natale
  • Mario Del Vago: "Compositore" al teatrino
  • Alfredo Adami: "Compositore" al teatrino
  • Stefano Mayore: Federico Fellini da bambino
 
DOPPIATORI ITALIANI

  • Renato Cortesi: Federico Fellini diciottenne
  • Cinzia Abbenante: Dolores
  • Oreste Lionello: Guida alle catacombe
  • Franco Latini: Cardinale Ottaviani
  • Corrado Gaipa: Presentatore
  • Adalberto Maria Merli: Narratore
 
SOGGETTO Federico Fellini, Bernardino Zapponi

 
PRODUTTORE Turi Vasile
Ultra Film, Les Productions Artistes Associés

 
SCENEGGIATURA Federico Fellini, Bernardino Zapponi  
FOTOGRAFIA Giuseppe Rotunno  
MONTAGGIO Ruggero Mastroianni  
SCENOGRAFIA Danilo Donati  
MUSICHE Nino Rota  
EFFETTI SPECIALI Adriano Pischiutta  
COSTUMI Danilo Donati  
TRUCCO Rino Carboni  
     


 

 

 

 LunedìCinema Cineforum 2019 - 2020
  
ROAD MOVIE: IL CINEMA AMERICANO PER ECCELLENZA
Easy Rider (1969)

 

Era un torrido 14 luglio 1969 quando nelle sale americane uscì un film che a molti sembrò un’operazione ambiziosa ma senza speranza: una pellicola indipendente e per buona parte improvvisata, costata appena 400mila dollari, senza una trama vera e propria e realizzata da due attori poco conosciuti al grande pubblico. Nonostante le premesse e un’estate fra le più calde di sempre, i cinema di Los Angeles e di New York vennero presi d’assalto da intere legioni di giovani provenienti da tutto il paese, attirati soprattutto dal passaparola dei tanti gruppi della controcultura hippie. In meno di poche settimane quel film, Easy Rider, divenne un vero e proprio caso cinematografico, tanto che – dopo essere stato premiato a Cannes come miglior opera prima – l’anno dopo guadagnò perfino due nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura e per il miglior attore non protagonista (Jack Nicholson, all’epoca praticamente sconosciuto). Ancora oggi, per l’American Film Institute, il film di e con Dennis Hopper è all’ottantaquattresimo posto nella classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi.

Non male per un’opera il cui intento era proprio quello di provocare e scandalizzare l’opinione pubblica statunitense, raccontando personaggi e vicende tutt’altro che familiari e consolanti per il cittadino americano medio. I due protagonisti, Wyatt “Capitan America” (Peter Fonda) e Billy (Dennis Hopper), già spacciatori di cocaina fra il Messico e gli Stati Uniti, arrivati in California decidono di destinare parte del guadagno all’acquisto di due motociclette nuove con l’intenzione di attraversare il paese per andare a vedere il Carnevale di New Orleans, noto anche come Mardi Gras. Sulla strada incontreranno hippy strafumati, bordelli, poliziotti brutali, cittadini rancorosi e un avvocaticchio figlio di papà (Jack Nicholson appunto) che aiuterà i due ad uscire da galera. Un viaggio tra due Americhe diverse e in conflitto che si diventerà una fuga da un sogno americano tradito e trasformato quasi in incubo. Fino ad un finale atroce e simbolicamente devastante.

Easy Rider (1969) di Dennis HopperPer comprendere al meglio la forza sovversiva dell’immaginario di Easy Rider dobbiamo però rileggere il contesto di quell’epoca. Siamo nel 1969 e gli Stati Uniti si trovano in uno dei periodi più bui della propria storia’, iniziato qualche anno prima con l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy: da una parte la guerra del Vietnam è arrivata alla massima escalation di violenza (proprio quell’anno la presenza americana raggiunse il picco storico di 550.000 soldati), dall’altra le tensioni interne esplodono in un cortocircuito che è sì razziale e sociale, ma anche e soprattutto generazionale.

L’industria cinematografica aveva già saputo intercettare un certo vento anticonformista e nel 1967 Mike Nichols con Il Laureato aveva già posto le basi per raccontare l’incomunicabilità fra giovani e adulti. Easy Rider fa un passo nella stessa direzione, ma come la passeggiata lunare di Neil Armstrong di quello stesso anno, è anche un grande balzo per una Hollywood ormai in crisi di idee e di talenti: tanto che da lì un poi si chiamerà appunto “New Hollywood”, definendo anche artisticamente un nuovo confine fra padri e figli ed aprendo la strada a una nuova generazione di autori. Tutto questo perché in quella disconnessione fra professori e studenti, fra classe dirigente e ribelli, fra realtà filtrata e realtà senza filtri, Easy Rider sceglie di raccontare una storia generazionale dal punto di vista dei giovani e non dell’establishment, infischiandosene delle conseguenze politiche e morali. Questo è anche il motivo principale del suo incredibile successo, tanto che molto tempo dopo, lo stesso George Lucas ammise che l’opera prima di Hopper “ha cambiato completamente l’idea per le corporation di che cosa fosse un film di successo, cioè che dovesse avere successo tra i giovani.” (...)

Curata dallo stesso Dennis Hopper, la soundtrack è un vero e proprio manifesto musicale di quegli anni, in cui si parte da classici come Born to be Wild degli Steppenwolf, si arriva alla splendida ballata dei The Byrds Wasn’t Born to Follow, fino a passare dal rock più duro dei The Jimi Hendrix Experience con If 6 was 9. Musiche che, come nel caso de Il laureato, assumono a tutti gli effetti una loro “anima”, legata e allo stesso tempo autonoma dalla pellicola. Più di tutti fu Quentin Tarantino negli anni ‘90 a fare la stessa cosa con le musiche di film come Le Iene e Pulp Fiction.

Più di ogni altra, la vera innovazione narrativa è però quel finale amarissimo con la bandiera a stelle e strisce che prende fuoco e che trasforma il film di Hopper in una vera e propria ballata triste per anime libere: quasi un canto funebre che seppellisce quel poco che rimaneva del sogno americano insieme alle speranze di un’intera generazione. Insolito però che da quelle stesse ceneri prenderà vita forse quella è la più grande stagione del cinema americano: perché dopo (e anche grazie) ad Easy Rider arriveranno CoppolaAltmanScorsese Cassavetes. Il viaggio per le strade di una nazione era appena iniziato.

da: http://www.anonimacinefili.it/

  

 

 

 

 

 

   Scheda 

         Easy Rider (1969) di Dennis Hopper
     
TITOLO ORIGINALE Easy Rider  
LINGUA ORIGINALE Inglese  
PRODUZIONE Stati Uniti d'America  
ANNO 1969  
DURATA 94'  
COLORE

Color | Black and White

 
RAPPORTO 1,85 : 1  
GENERE Drammaticoavventura  
REGIA Dennis Hopper

   
INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Peter Fonda: Wyatt "Capitan America"
  • Dennis Hopper: Billy
  • Jack Nicholson: George Hanson
  • Phil Spector: Il contatto
  • Warren Finnerty: Rancher della Comune
  • Tita Colorado: Moglie del rancher
  • Luke Askew: Hippy sulla Highway
  • Luana Anders: Lisa
  • Sabrina Scharf: Sarah
  • Robert Walker Jr.: Jack
  • Sandy Brown Wyeth: Joanne
  • Antonio Mendoza: Jesus
  • Karen Black: Karen
  • Toni Basil: Mary
  • Robert Ball: Mimo 1
  • Carmen Phillips: Mimo 2
  • Ellie Wood Walker: Mimo 3
  • Mac Mashourian: Guardia
  • Keith Green: Sceriffo
 
DOPPIATORI ITALIANI

  • Pierangelo Civera: Wyatt "Capitan America"
  • Giancarlo Maestri: Billy
  • Luciano Melani: George Hanson
  • Giuseppe Fortis: Rancher della Comune
  • Alvise Battain: Hippy sulla Highway
  • Francesco Vairano: Jack
  • Michele Kalamera: Mimo 1
  • Glauco Onorato: Sceriffo
 
SOGGETTO Peter FondaDennis HopperTerry Southern

 
PRODUTTORE Peter Fonda

 
SCENEGGIATURA Peter FondaDennis HopperTerry Southern  
FOTOGRAFIA László Kovács  
MONTAGGIO Donn Cambern  
SCENOGRAFIA Robert O'Neil  
MUSICHE The ByrdsHoyt AxtonSteppenwolfBob DylanJimi HendrixJohn KeeneThe Band  
EFFETTI SPECIALI Steve Karkus  
     


 

 

 

 LunedìCinemaCineforum 2018 -2019
    

LA STORIA D'ITALIA IN PELLICOLA
Nell'anno del Signore (1969)

Nell’anno del Signore
si svolge nel 1825, durante il pontificato di Leone XII. Numerosi personaggi sono realmente esistiti: i due carbonari Leonida Montanari e Angelo Targhini, che attentano alla vita del principe Filippo Spada e sono condannati a morte; il cardinale Agostino Rivarola, l’eminenza grigia che li manda al patibolo. È realistico il contesto, compresa la feroce persecuzione degli ebrei che è una sorta di trama secondaria essenziale nel film (è ebreo il personaggio di Giuditta, interpretato da Claudia Cardinale). Esiste, ovviamente, Pasquino: è la più famosa delle «statue parlanti» di Roma, la voce del popolo, un «chiacchierone di pietra che non dorme mai». Non è forse mai esistito un solo Pasquino, ma Magni lo inventa e ne fa il cuore del film: è il personaggio di Cornacchia, il ciabattino analfabeta che sa leggere e scrivere («curioso assai ma bbono a sapesse», dicono gli sgherri papalini quando lo scoprono) interpretato da Manfredi con un’adesione meravigliosa, un’ironia dolente che ne fa una figura indimenticabile. La ribellione, nel film, è duplice: i carbonari tramano, Pasquino – il «satirico epigrammatico misterioso» – parla e dà voce al malcontento collettivo.

Nell'anno del Signore (1969)La struttura ideologica del film è chiarissima. C’è il potere costituito, la Chiesa, il papa. C’è un’opposizione popolare, «morale», che però con tale potere è costretta a convivere (Cornacchia ripara le scarpe al cardinale Rivarola). E c’è una ribellione tutta politica – i carbonari – che però manca di ogni legame con la realtà. «I nobili fanno la rivoluzione come la caccia alla volpe, perché s’annoiano, mica perché je serve», dice Cornacchia. Montanari lo compatisce: «Bisogna capirlo, non è colpa sua. Gli manca l’istruzione»; «E a voi ve manca er popolo», ribatte il ciabattino con una delle poche battute fin troppo didascaliche del film. La posizione di Magni rispetto ai suoi personaggi è al tempo stesso sfumata e chiarissima.
C’è rispetto per i carbonari, per il loro coraggio nell'andare a morire. In almeno due momenti, Montanari parla come un poeta della rivolta: «Chi fa la rivoluzione non se deve portà niente appresso. Amori, affetti, tutte palle de cannone legate al piede. Il rivoluzionario è come un santo: lascia tutto, e invece della croce pija er cortello e s’incammina»; o quando, un attimo prima di essere decapitato, filosofeggia sul fatto che la ghigliottina sia l’unico lascito della Rivoluzione francese accettato dai papi, e chiosa, rivolto al boia: «Mastro Titta, siete l’uomo più moderno de Roma. Il futuro è vostro». Il suo commiato – «bonanotte popolo» – riflette l’amara delusione per una ribellione dal basso che non si è verificata.

Ma, ci dice Magni, il popolo ha ragione. Il popolo è Cornacchia/Pasquino, è Giuditta, sono i ragazzini ebrei che il predicatore inviato a convertirli definisce «brutti zozzoni porci maledetti». Magni sta con Pasquino, Magni «è» Pasquino. Il giudizio sui carbonari è tutto nella strepitosa sequenza in cui Cornacchia raggiunge i congiurati per informarli che Filippo Spada ha fatto la spia. Gli chiedono la parola d’ordine e la sua risposta vale tutto il film: «A ’mbecilli! Ma che se chiede la parola d’ordine ar primo che passa?». E quando gli chiedono se è carbonaro come loro, risponde: «Non cominciamo a confonne. Voi fate la rivoluzione io fo er carzolaro, ognuno se fa gli affari sua». In questa scena e in un’altra lapidaria battuta («Vonno cospira’ e so’ fregnoni») c’è il giudizio di Magni sul ’68: una rivoluzione mancata perché fatta senza l’appoggio del popolo. Forse Magni la pensa come Pasolini, sui sessantottini figli di papà; sicuramente la pensa come il Pci a proposito della priorità della questione operaia rispetto a quella studentesca.

Ma soprattutto Magni sa che il potere – appartenga al papa o alla Dc – è feroce. Come dice il colonnello Nardoni, «il governo mica è un uomo, è una cosa astratta, quando t’ammazza il governo è come se non t’ammazzasse nessuno». Contro questo potere non si va come dei santi, serve la lucidità della politica: «Ecco la rovina nostra, er cataclisma de li popoli: er core. E quando lo buttamo giù er padrone se continuiamo a annà in giro cor core in mano?». È l’ultima lezione di Cornacchia al suo successore Bellachioma, prima di entrare in convento – cioè in clandestinità, «vado a fa’ la serpe in seno». Il personaggio rientra nel mito dal quale proviene (Cohn-Bendit docet), il film si confronta con la realtà: esce il 24 ottobre 1969 ed è un successo incredibile, per la prima volta alcuni cinema di Roma organizzano proiezioni speciali all’una di notte; ma dopo nemmeno due mesi, il 12 dicembre, mentre Nell’anno del Signore è ancora in sala, scoppia la bomba di piazza Fontana, a Milano. A distanza di decenni, anche per quei morti valgono le parole di Nardoni: è come se non li avesse ammazzati nessuno.

     Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)


da: 
Storia D'italia In 15 Film di Alberto Crespi (Editori Laterza 2018)

 
 

 

   Scheda 

      Nell'anno del Signore (1969) di Luigi Magni   
     
PRODUZIONE Italia, Francia  
ANNO 1969  
DURATA 120'  
COLORE Colore  
RAPPORTO 1,33:1  
GENERE Drammatico, storico  
REGIA Luigi Magni    

INTERPRETI E PERSONAGGI

  • Nino Manfredi: Cornacchia/Pasquino
  • Enrico Maria Salerno: Colonnello Nardoni
  • Claudia Cardinale: Giuditta Di Castro
  • Robert Hossein: Leonida Montanari
  • Renaud Verley: Angelo Targhini
  • Alberto Sordi: Frate
  • Stelvio Rosi: ufficiale guardie
  • Pippo Franco: Bellachioma
  • Ugo Tognazzi: Cardinal Rivarola
  • Enzo Cerusico: uno dei carbonari
  • Britt Ekland: Principessa Spada
  • Stefano Oppedisano: ragazzo ubriaco
  • Franco Abbina: Principe Spada
  • Marco Tulli: il capitano delle guardie
 
DOPPIATORI ITALIANI
  • Giuseppe Rinaldi: Leonida Montanari
  • Massimo Turci: Angelo Targhini
  • Rita Savagnone: Giuditta
  • Maria Pia Di Meo: Principessa Spada
  • Pino Locchi: Bellachioma
  • Gualtiero De Angelis: prete e frate del convento
  • Ferruccio Amendola: oste
  • Franco Latini: Principe Spada
  • Max Turilli: il capitano delle guardie
 
PREMI David di Donatello 1970miglior attore protagonista (Nino Manfredi)  
SOGGETTO Luigi Magni  
CASA DI PRODUZIONE San Marco Cinematografica, Les Film Corona, Francos Film  
SCENEGGIATURA Luigi Magni  
FOTOGRAFIA Cardilli Dante  
MONTAGGIO Ruggero Mastroianni  
EFFETTI SPECIALI Cardilli Mario
 
MUSICHE Armando Trovajoli  
SCENOGRAFIA Carlo EgidiJoseph Hurley  
COSTUMI Lucia Mirisola  
     


 

 

Informazioni aggiuntive