LunedìCinema - Cineforum 2017 | 2018
    

CINEMA E ARCHITETTURA
La notte (1960)

  

Nei lunghi piani dove l’interesse si sposta dall’azione a corpi e ambienti il tempo assume una gravità che spesso sembra opprimere lo spettatore. Una sensazione apparentemente negativa che è invece una delle peculiarità dell’innovativo linguaggio cinematografico di Antonioni: trasmettere attraverso l’immagine la psicologia dei personaggi delineandone il lato emotivo che si trasferisce dallo schermo allo spettatore. Definito il film dell’”incomunicabilità”, La Notte riesce a farci percepire la stessa gabbia invisibile che attanaglia i suoi protagonisti, la parziale incapacità di comprenderla e quindi di rifuggirla. 
L’intero film diventa una sorta di vetrina dove i corpi si dispongono come automi, ignari della loro esistenza, incapaci di carpire la realtà di un mondo che basandosi sulla falsità e la precarietà dei rapporti si fa di giorno in giorno più fittizio; le mura che s’ innalzano tra i personaggi, nella società come nella coppia, si rivelano spesso nei piani dove la cinepresa si allontana tanto da creare un vuoto fisico che mima quello psicologico e il quadro si compone tra grandi pareti bianche e i soggetti che vicini ad esse diventano sempre più piccoli, inutili all'occhio della macchina come alla loro stessa vita. Dalla forma di dramma psicologico non trapela insofferenza verso la società ma immobilità, la noia di chi non riesce a ribellarsi all'ambiente, solo apparentemente vitale, che lo circonda. Siamo nella dolce vita milanese dei primi anni sessanta, dominata da imprenditori bramosi di vivere un eterno presente dove gli intellettuali privi di coscienza e amanti della mondanità altro non sono che orpelli per miliardari annoiati.
La Notte - Michelangelo AntonioniLa Notte del titolo fa riferimento al centro narrativo del film, la festa in villa in onore di un cavallo da corsa. L’intera sequenza che ricorda insieme sia La Dolce Vita (girato nello stesso periodo) che La Règle du Jeu di Jean Renoir è un lungo delinearsi di quest’ambiente borghese sull'orlo del collasso. (...) 
Questo gioco tra noia e vitalità, verità e menzogna sembra incidersi fin dai titoli di testa dove la lunga panoramica su una Milano in fermento si chiude dissolvendosi sul volto di un uomo in fin di vita. La morte, reale, rispecchia la morte inconsapevole di una società che muove i suoi primi passi. Tommaso, amico di Lidia e Giovanni avverte solo alla fine dei suoi giorni quello che i personaggi ancora non riescono a comprendere, la vita così vissuta è una menzogna che inviluppa gli uomini senza che questi se ne accorgano. “E’ incredibile come non si ha voglia di fingere ad un certo momento” sono le parole di Tommaso che sembrano non sfiorare Giovanni ma che nel profondo toccano Lidia.
La donna è spesso nei film di Antonioni l’unica in grado di cogliere un senso di malessere della società riflesso però dallo schermo del microcosmo della crisi coniugale; in questo caso l’unica a percepire qualcosa è proprio Lidia, interpretata da un’imperturbabile Jeanne Moreau, la sua crisi esistenziale cerca da un lato di smuoverla, di riportarla all'azione ma dall'altro la blocca all'interno della coppia. Se ne Il Deserto Rosso, la crisi della protagonista sarà compresa, elaborata e manifestata nella nevrosi, quella di Lidia si risolverà solo nell'esteriorità, nella ricerca di un nuovo sentimento d’amore per il marito.L’incipit de La notte ci mostra l’angolo curvilineo dello storico palazzo di piazza IV Novembre prospetticamente affiancato al Pirellone; segue una carrellata di Milano dall'alto, verso la Stazione Centrale, ripresa da un ascensore che scende dal Pirellone stesso. Antonioni propone frammentate e fredde inquadrature di capolavori dell’architettura moderna che rafforzano la distaccata inquietudine e crisi dei personaggi.
La clinica presso la quale è ricoverato Tommaso, l’amico di Giovanni/Mastroianni e della moglie Lidia/Moreau, è in realtà l’innovativo Condominio XXI aprile di Mario Asnago e Claudio Vender del 1950. Il regista riprende il fronte esterno del volume basso su via Lanzone verso Palazzo Visconti, l’ingresso principale lungo il prospetto est del volume interno maggiore e altri scorci delle fronti interne. Il paesaggio urbano che si osserva dalle finestre della clinica non corrisponde all'esterno del condominio. L’itinerario prosegue in corso Europa – si riconosce l’edificio per uffici di Ludovico Magistretti del 1955-57 – in corso di Porta Vittoria e nel controcampo di via Respighi con un primo accenno alla casa albergo di Luigi Moretti, poi in via Senato verso piazza Cavour.
La Notte - Michelangelo AntonioniI percorsi di Giovanni e Lidia si incrociano nel montaggio filmico. Giovanni torna a casa: vediamo il citato edificio per uffici di Soncini e Pestalozza e il Pirellone. L’ingresso dell’abitazione, in un basamento comune ad alcuni edifici a torre, corrisponde all'edificio in angolo tra via Pirelli e via Fara. Giovanni si affaccia dal prospetto minore, interamente loggiato, verso via Pirelli e scambia qualche parola con una vicina, osserva gli edifici di fronte e un uomo affacciato a una finestra del palazzo limitrofo contraddistinto da vani scala semicilindrici vetrati. Lidia cammina lungo via Copernico a fianco della casa dei Salesiani; la torre Galfa svetta sullo sfondo.
Inizia il frammentato e metafisico omaggio a Luigi Moretti ritmato da salti spazio-temporali. Il complesso per abitazioni e uffici in corso Italia del 1949-56: il primo piano di una fronte minore cieca che incombe su Lidia minuscola nell'angolo in basso a sinistra; frammenti di un prospetto; la fascia vetrata del volume basso nel vicolo interno; un ingresso. La casa albergo in via Corridoni del 1947-50: Lidia osserva in fondo a via Conservatorio il fianco dello stretto e alto volume maggiore tagliato dalla fenditura verticale; un particolare della sommità dei due volumi; da via Respighi, angolo via Chiesa, la base del volume minore con l’aggetto del balcone e il sottostante bovindo; un particolare dell’incastro tra il volume del balcone e la lama lungo via Respighi.
Lidia si reca in seguito nella periferia di Sesto San Giovanni vicino alla fabbrica Breda.
La coppia trascorre la notte in un “tabarin” e a una festa nella villa dei Gherardini in Brianza costruita “dal Cesarino Vietti”; all'alba cammina nella campagna verso il nulla.

  da:
http://riflessocinefilo.blogspot.it
Architettura moderna e cinema a Milano di Vittorio Prina (http://magazine.larchitetto.it) 


 
 

 

   Scheda film  

         La Notte - Michelangelo Antonioni
     
PRODUZIONE Italia  
ANNO 1961  
DURATA 122'   
COLORE B/N  
AUDIO Mono  
RAPPORTO 1,66 : 1  
GENERE Drammatico  
REGIA Michelangelo Antonioni    

INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Marcello Mastroianni: Giovanni Pontano
  • Jeanne Moreau: Lidia Pontano
  • Monica Vitti: Valentina Gherardini
  • Bernhard Wicki: Tommaso Garani
  • Rosy Mazzacurati: Rosy
  • Maria Pia Luzi: la paziente dell'ospedale
  • Guido Ajmone Marsan: sig. Fanti
  • Vincenzo Corbella: sig. Gherardini
  • Gitt Magrini: la sig.ra Gherardini
  • Giorgio Negro: Roberto
  • Roberta Speroni: Bea
 


DOPPIATORI
ORIGINALI
 
  • Giuseppe Rinaldi: Roberto
 

SOGGETTO

Michelangelo AntonioniEnnio FlaianoTonino Guerra
 
SCENEGGIATURA Michelangelo Antonioni, Ennio Flaiano, Tonino Guerra  
FOTOGRAFIA Gianni Di Venanzo  
MONTAGGIO Eraldo Da Roma   
MUSICHE Giorgio Gaslini   
SCENOGRAFIA Piero Zuffi   
     
       

  

 

 

 

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IL CINEMA E' DONNA: GRANDI REGISTE PER GRANDI FILM
Lezioni di piano (1993)


Prima e unica donna a vincere il festival di Cannes, Jane Campion con "Lezioni di Piano" raggiunge l'apice del suo successo critico e di pubblico appena alla terza pellicola. Alla Palma d'oro e al premio a Holly Hunter per l'interpretazione femminile nel 1993, si aggiungono l'anno dopo tre Oscar (delle otto candidature) come miglior sceneggiatura originale, attrice protagonista e non protagonista (Anna Paquin, appena undicenne). Oltre a una moltitudine di altri premi, il film è il maggior successo commerciale di sempre della regista neozelandese con un incasso di circa cinquanta milioni di dollari.


Jane Campion nasce a Wellington il 30 aprile del 1954 da genitori provenienti dal mondo dello spettacolo: il padre è un regista teatrale, mentre la madre è attrice e scrittrice e portano le opere di Shakespeare in giro per i teatri della Nuova Zelanda. Il percorso della giovane Campion però non è lineare come si potrebbe immaginare: prima si laurea in Antropologia a Wellington nel 1975; poi va in Italia (tra Venezia e Perugia) e Londra a studiare arte per tornare in Australia dopo un anno, dove consegue la seconda laurea in Belle Arti a Sydney nel 1979. L'interesse per le relazioni umane, la necessità di raccontare emozioni e storie vanno strette alla giovane che inizia ad avvicinarsi alla macchina da presa provando ad animare le tele con filmini in super 8. Decide quindi di intraprendere la strada del cinema frequentando l'Australian Film Television and Radio School di Sydney, la celebre scuola dove si sono formati i registi della New Wave australiana degli anni 70. La regista passa gli anni del suo apprendistato girando una serie di cortometraggi che fin da subito attirano l'attenzione della critica: "Peel" viene selezionato per la rassegna cannense nel 1986 e vince la Palma d'oro come miglior cortometraggio, a scapito dei suoi insegnanti che la ritenevano "arrogante e priva di talento" come lei stessa affermerà.

Lezioni di pianoSe l'idea di "Lezioni di piano" nasce in questi anni, così come la prima stesura di una sceneggiatura, la Campion continua il suo avvicinamento al riconoscimento mondiale dedicandosi prima a un film per la televisione, "Le due amiche" (1986); poi alla sua opera prima "Sweetie" (1989), storia del rapporto traumatico di due sorelle, di cui quella che dà il titolo alla pellicola è psicologicamente instabile e dalla personalità border line; per arrivare alla biografia della scrittrice neozelandese Janet Frame con "Un angelo alla mia tavola", nato come prodotto per la televisione, ma poi selezionato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dove vince il Leone d'argento Gran Premio della giuria nel 1990.

"Lezioni di piano" narra la storia di Ada McGrath (Holly Hunter) e di sua figlia Flora (Anna Paquin) e del loro viaggio in Nuova Zelanda nel 1850, dove la giovane donna scozzese è data in sposa dal padre al possidente terriero Alistair Stewart (Sam Neill). Ada è muta dall'età di sei anni per motivi sconosciuti e attraverso il suo amato pianoforte e con la lingua dei segni britannica, interpretata da Flora, comunica con il mondo esterno. Giunta sulla spiaggia, il marito non vuole trasportare il piano fino alla loro casa attraverso la foresta, provocando nella donna un allontanamento dall'uomo fin dal loro primo incontro. Sarà poi il socio in affari del marito, Georges Baines (Harvey Keitel), che si appropria del piano e costringe Ada a suonare per lui con la scusa di ricevere lezioni. Invece, nasce una passione travolgente tra i due che li porterà in Inghilterra dopo traumatici eventi che coinvolgono tutti i protagonisti.
L'opera della regista neozelandese è ricca e stratificata, sia a livello tematico sia dal punto di vista stilistico.

Alla base della sceneggiatura della Campion ci sono tre fonti figurative e letterarie: la primaria è quella dell'idea di un pianoforte (e del resto il titolo originale è "The Piano"), protagonista su cui ruotano i vortici emotivi dei vari personaggi e causa scatenante degli sviluppi narrativi; poi, una serie di fotografie del popolo Maori, che forniscono la profondità primeva della cultura antropologica della regista; e infine, l'atmosfera del romanzo "Cime tempestose" di Emily Brontë, il cui romanticismo viene trasposto attraverso una sensibilità contemporanea. Il rapporto tra uomo-donna e tra umanità-natura, tipicamente temi del romanticismo ottocentesco, sono messi in scena dalla Campion con una modalità che fanno di "Lezioni di piano" un film molto moderno. (...)

Jane Campion riesce con "Lezioni di piano" a raccontare una straordinaria storia d'amore con un originale punto di vista antropologico e una sensibilità moderna, dialogando con un vasto pubblico di emozioni senza tempo. Il tutto all'interno di un'eleganza compositiva delle immagini che compongono un perfetto connubio tra forme e contenuti.

  da: http://www.ondacinema.it
 


 
 

 

   Scheda film  

         Lezioni di piano
     
TITOLO ORIGINALE The Piano  
LINGUE ORIGINALI IngleseBSL, Māori  
PRODUZIONE Nuova Zelanda, Australia, Francia  
ANNO 1993  
DURATA 120'   
COLORE Color (Eastmancolor)  
AUDIO Dolby 5.1  
RAPPORTO 1,85 : 1  
GENERE Sentimentale, Drammatico  
REGIA Jane Campion    


INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Holly Hunter: Ada McGrath
  • Harvey Keitel: George Baines
  • Sam Neill: Alistair Stewart
  • Anna Paquin: Flora McGrath
  • Kerry Walker: zia Morag
  • Geneviève Lemon: Nessie
  • Tungia Baker: Hira
  • Ian Mune: reverendo
  • Peter Dennett: capitano
  • Cliff Curtis: Mana
  • George Boyle: padre di Ada
 


DOPPIATORI
ITALIANI
 
  • Rossella Izzo: Ada McGrath
  • Mario Cordova: George Baines
  • Luca Ward: Alistair Stewart
  • Manuela Andrei: zia Morag
  • Perla Liberatori: Flora McGrath
  • Anna Tuatara: Ynisvitrin
 

SOGGETTO

Jane Campion
 
SCENEGGIATURA Jane Campion  
FOTOGRAFIA Stuart Dryburgh  
MONTAGGIO Veronika Jenet  
MUSICHE Michael Nyman   
SCENOGRAFIA Andrew McAlpine  
COSTUMI Janet Patterson  
     
       


 

 

 

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IL CINEMA E' DONNA: GRANDI REGISTE PER GRANDI FILM
The Hurt Locker (2008)


E' un film sulla guerra. Ma non è un film che critica la guerra. L'ultimo progetto di 
Kathryn Bigelow non parla di retorica né si racconta in modo retorico. Essenzialmente sviluppa un concetto davvero inquietante e, rispetto all'opinione pubblica, davvero agli antipodi: “la guerra è una droga” (Chris Hedges). Oggi i soldati USA sono prevalentemente volontari, che sfidano la morte guardandola dritta negli occhi, senza mai arretrare. Più combattono e più la loro psiche viene forgiata a seconda degli eventi, la quale scava sempre più a fondo fino a presentare buchi oscuri, dove si perde quel solido legame con la vita. Dalla sceneggiatura dell'amico giornalista, premio Pulitzer, Mark Boal - il quale è stato tra il 2003 e il 2004 reporter “embedded” dell'esercito USA a Bagdad - la Bigelow confeziona un film crudo e soffocante, che disorienta e ammutolisce. D'altra parte Boal aveva già esplicato lo scorso anno parte delle conseguenze emotive causate dalla guerra irachena a un gruppo di giovani militanti, nel film diretto (e sceneggiato) da Paul HaggisNella valle di Elah. Tuttavia in The Hurt Locker il messaggio viene calcato a tal punto che si prendono gradualmente le distanze da quel mondo incomprensibile e moralmente inafferrabile dove le vittime si trasformano in trofei, l'adrenalina in carburante.

The Hurt LockerMancano 40 giorni al rientro. In Iraq operano diverse unità speciali tra le quali gli artificieri, soldati addestrati a disinnescare ordigni esplosivi altamente pericolosi. Tre militari, JT Sanborn (Anthony Mackie) e lo specialista Owen Eldridge (Brian Geraghty), capitanati dal sergente Matt Thompson (un breve ma intenso Guy Pierce), supervisionano un perimetro ad alto rischio bombe. Qualcosa però va storto e il sergente Thompson perde la vita. Attoniti e affranti per aver visto morire il loro compagno nonché amico davanti ai loro occhi, i due soldati rimasti aspettano - come da routine in guerra - qualcuno che possa sostituirlo. Il nuovo sergente William ames (interpretato da un meraviglioso Jeremy Renner) non si fa attendere e arrivato a Bagdad prende subito il comando del gruppo. Ha un carattere impulsivo ed è incurante del rischio, colleziona ricordi in pezzi di ordigni disinnescati e non sembra preoccuparsi degli affetti. Un uomo che non ha nulla da perdere, verrebbe da pensare...

La guerra può distruggere una vita così come può diventare la vita. La Bigelow non vuole criticare né impietosire attraverso le orribili conseguenza causate da una guerra tanto cruenta, ma lascia che sia lo spettatore a decifrare i messaggi in superficie e i continui sottotesti a contorno. Il vantaggio della pellicola è quella di esprimersi attraverso un sublime cast di attori, dove i volti meno noti surclassano le occasionali comparsate; in particolar modo la trascinante performance di Jeremy Renner, da candidatura all'Oscar. L'approccio realistico viene valorizzato dall'utilizzo della camera a mano - il film è stato girato in 16 mm - e da incisivi primi piani, ciò mantiene ogni scena integra facendo trasparire molta umanità. La Bigelow sa inoltre come giocare con la tensione, conoscendo perfettamente i tempi di azione e reazione dando così un'assoluta garanzia nella gestione del ritmo. Le sequenze memorabili non mancano (la prima esplosione ad esempio) e in generale la durata non viene minimanete corrotta da una pessima gestione della composizione.

Apprezzata per un modello registico decisamente virile, ipercinetico ed emotivo, la Bigelow non generalizza portando a pensare che la guerra sforna solo macchine da guerra, giacché frappone l'ideologia un po' frammentata di JT Sanborn a quella di William Jemes creando un incontro scontro indefinito, labile, come la precarietà psicotica di un uomo a cui hanno tolto quasi tutto. Il patriottismo è solo parte dello schema delineato dalla regista poiché la struttura portante si basa su un concetto che vede legittimare la guerra come uno sfogo per cui valga la pena perdere di vista qualsiasi altro valore affettivo e personale. Come accade a James... In questo modo la guerra può diventare la vita; ed è droga in quanto altera la realtà sfruttando quella pericolosa sensazione di onnipotenza. Un film la cui rappresentazione bellica non ne sminuisce il contenuto proponendo i soliti cliché, ma ne approfondisce il carattere, entrando nella psicologia dei personaggi con graduale attenzione. Peccato tale nobile approccio venga parzialmente appiattito da (rare) cadute di stile e da una sceneggiatura che non sempre trova le parole adatte (o il coraggio?) di affermare ciò che vorrebbe. Generalmente sono le immagini a conferire spessore e questo pone l'ammirevole lavoro registico al di sopra delle parti.

  da: https://cinema.everyeye.it
 


 
 

 

   Scheda film  

         The Hurt Locker
     
TITOLO ORIGINALE The Hurt Locker  
LINGUE ORIGINALI Inglese, Arabo, Turco  
PRODUZIONE USA  
ANNO 2008  
DURATA 130'   
COLORE Colore  
AUDIO Dolby Digital  
RAPPORTO 1,85 : 1  
GENERE Guerra, Drammatico  
REGIA Kathryn Bigelow    


INTERPRETI E PERSONAGGI

 
  • Jeremy Renner: sergente William James
  • Anthony Mackie: sergente JT Sanborn
  • Brian Geraghty: specialista Owen Eldridge
  • Ralph Fiennes: capo squadra
  • Guy Pearce: sergente Matt Thompson
  • David Morse: colonnello Reed
  • Evangeline Lilly: Connie James
  • Christian Camargo: colonnello John Cambridge
 


DOPPIATORI
ITALIANI
 
  • Pasquale Anselmo: sergente William James
  • Gianluca Tusco: sergente JT Sanborn
  • Luigi Ferraro: specialista Owen Eldridge
  • Saverio Indrio: capo squadra
  • Francesco Prando: sergente Matt Thompson
  • Roberto Stocchi: colonnello Reed
  • Ilaria Stagni: Connie James
  • Franco Mannella: colonnello John Cambridge
 
SCENEGGIATURA Mark Boal  
FOTOGRAFIA Barry Ackroyd  
MONTAGGIO Chris Innis, Bob Murawski  
MUSICHE Marco Beltrami, Buck Sanders  
SCENOGRAFIA Karl Júlíusson  
COSTUMI George Little  
     
       


 

 
      
   

Lunedì Cinema Estate 2017

LA PALLA N. 13 

(Sherlock Jr.)



Regia di 

Buster Keaton


(1924)





     



Sherlock Jr.”, insieme al successivo “The Cameraman (Io…e la scimmia)”, entrambi del 1924, è il film di Keaton che mette in scena una tra le più intelligenti riflessioni sul cinema, tanti anni prima di Godard e Antonioni, mostrandoci tutta la povertà ideologica della società e del cinema americano.

Sintetizzando, possiamo esaminare come nocciolo esegetico del film la famosa sequenza nella quale Buster si addormenta, sdoppiandosi, mentre la sua immagine onirica entra nello schermo: realizzata attraverso una grande precisione tecnica, tale sequenza evidenzia come la tecnica non sia fine a se stessa, ma bensì rappresenti l’essenza stessa del cinematografo, attraverso un inganno tacitamente accordato dallo spettatore nei confronti dell’opera cinematografica, come riportato nel “Castorino” di Giorgio Cremonini e Franco La Polla dedicato a Keaton: “lo spettacolo, come il sogno, è ingresso propriamente fisico in un mondo costruito a imitazione del nostro, ingannevole perché inimitabile…così, il cinema è la follia dove tutto è attuabile, la possibilità assoluta, totale, laddove la realtà imiti il cinema!”.

D’altronde già René Clair affermò che “Sherlock Jr.” costituiva per il cinema ciò che i “Sei personaggi” in cerca d’autore di Pirandello rappresentava per il teatro, mentre il grande critico francese Robert Benayoun paragonò giustamente il cineasta a Kafka, Hawthorne, Melville e Poe. La sequenza sopracitata in effetti trasporta Keaton (regista/attore/personaggio) in un mondo trasparente e sfuggente, un mondo costruito da sogni, specchi, incubi, fantasie, doppi, come il mondo di “Alice nel paese delle meraviglie” e “Alice attraverso lo specchio e quel che vi trovò” di Lewis Carroll, e proprio come l’Alice carrolliana, Keaton, con il suo volto così impassibile da risultare una maschera (apparentemente inespressiva, ma in realtà espressione profonda della condizione umana nella società contemporanea, tanto quanto “L’uomo della folla di Poe” o il Signor K. del “Processo” kafkiano) non avrà nessuna reazione, nessun apparente sentimento, nulla: entrerà in questo universo con tutta la sua purezza e la sua ingenua sincerità.

Buster Keaton, più di Chaplin e più di chiunque altro, ha rappresentato a fondo l’essere umano del secolo appena trascorso e, nello stesso tempo, è stato il riflesso di quello del III° millennio: l’uomo-macchina. Con il suo corpo dagli scatti meccanici, con partenze a razzo e frenate improvvise e assurde da concepire per qualsiasi altro essere umano contrapposte al suo volto così vacuo eppur così tragicamente umano (specchio delle sofferenze e delle speranze degli individui), incarna la lotta quotidiana di ogni essere umano contro gli oggetti e il ritmo frenetico della vita moderna (le macchine e i computer), che altro non sono che un moderno fastidio in relazione all’antica ed equivalente lotta dell’uomo contro gli elementi della natura.

In maniera appropriata Goffredo Fofi nel suo libro dedicato ai maestri del cinema, “Come in uno specchio”, osserva: “A questa irrazionalità del mondo Keaton reagisce con la razionalità dello stile, e di qui nasce la sua ineguagliabile originalità cinematografica. Tutto è funzionale, perché nulla, dentro lo schermo, sembra esserlo.”

Quell’ineguagliabile originalità cinematografica espressa da Keaton (attore/corpo — regista/essere umano), oggi appare sempre più chiara sotto la coltre della comicità nuda e cruda, rivelandosi come una delle più alte espressioni che il cinema abbia dato della condizione umana nell’epoca industriale, presagendo il suo sviluppo nell’epoca tecnologica-digitale. Fu probabilmente anche perciò che Samuel Beckett nel 1965 volle come interprete del suo “Film”, diretto da Alan Schneider, dove Keaton nella sua vecchiaia riuscì a esprimere il massimo della sintesi e dell’analisi di tutta la sua arte, ovvero il suo essere Arte!
Grazie, Buster Keaton.


da: Carmilla -www.carmillaonline.com

   


Lunedì Cinema Estate 2017


           La Palla n. 13 - Buster Keaton   
titolo originale       Sherlock Jr.

   
regia   Buster KeatonJoseph M. Schenck    

interpreti
 
  • Buster Keaton: il proiezionista / Sherlock Jr.
  • Kathryn McGuire: la ragazza
  • Joe Keaton: il padre della ragazza
  • Erwin Connelly: tuttofare / il ladro
  • Ward Crane: lo "Sceicco" / il malfattore
  • Ford West: il gestore del cinema / Gillette
   
soggetto   Jean HavezClyde BruckmanJoseph Mitchell    
genere   Comico

                                
durata   56 minuti

   
dati tecnici   B/N
film muto

   
produzione   USA

   
anno   1924    
         

    

      
   

Lunedì Cinema Estate 2017

COME VINSI LA GUERRA 

(The General)



Regia di 

Buster Keaton


(1926)





     



La commedia 
slapstick è un’arte che non ha trovato incarnazioni importanti nel cinema contemporaneo, oggi la si può vedere in alcune gag fisiche (la proverbiale buccia di banana) relegate a film di serie b o cartoni animati. Eppure l’eredità che ha lasciato è enorme e le commedie mute sono una miniera d’oro per chi volesse trarne ispirazione. Il problema è che quella della commedia muta è un’arte priva di parola che ebbe seguito solo in pochissimi show (Benny Hill ad esempio). Essa morì con l’arrivo del sonoro, proprio come la carriera del suo più grande esponente, Buster Keaton.


La fisicità di Keaton non ha eguali nel cinema, così come la sua capacità di performare acrobazie rischiose rimanendo impassibile in volto. Nei suoi film compaiono spesso macchinari tecnologici e veicoli coi quali il comico ha un rapporto conflittuale, essi si ribellano a Keaton e lo tradiscono scatenando gran parte delle gag (La casa elettrica ad esempio, ma anche il cavalletto di Il Cameraman), ma nessuna macchina è più rappresentativa della locomotiva di Come vinsi la guerra, che dà titolo al film (The General nella versione inglese). Essa è una fonte infinita di sketch comici e diviene il pretesto per realizzare riprese spettacolari quanto rischiose.

La slapstick comedy è un genere che non invecchia mai e non è un caso: immagini come quelle di Come vinsi la guerra sono ancora impareggiate nel cinema. I personaggi del film sono funzioni narrative semplici e spassose e la trama un pretesto per il crescendo di gag. Siamo nel mezzo della guerra civile americana e il ferroviere Johnnie Gray vuole arruolarsi nel fronte sudista perché la sua fidanzata Annabelle adora i soldati. È rifiutato perché considerato più utile come ferroviere che come soldato. Johnnie fa la figura del codardo con Annabelle e con la sua famiglia ma ha la possibilità di riscattarsi quando un gruppo di soldati nordisti ruba la sua locomotiva sulla quale si trova proprio la sua (ormai ex) fidanzata. Johnnie parte all’inseguimento, altro momento topico della commedia muta. Infatti, Come vinsi la guerra è un lunghissimo inseguimento sui binari con scambio di ruoli a metà: prima Johnnie insegue i nordisti e poi, una volta riconquistata la locomotiva e la donna, fugge verso il sud coi soldati nemici alle spalle.

Assistiamo a una corsa lunghissima e rocambolesca che porta alla spettacolare conclusione, l’esplosione del ponte sul fiume col treno nemico che cade in acqua, un momento di cinema puro, citato in diversi kolossal (Il ponte sul fiuma Kway su tutti). Come vinsi la guerra è una lezione di fotogenia e di cinema che non sente il bisogno della parola, bastano quattro cartelli e il volto ilare di Buster Keaton per dire tutto.


da: Media Critica - www.mediacritica.it

   


Lunedì Cinema Estate 2017


           Come Vinsi la guerra - Buster Keaton   
titolo originale       The General    
regia   Buster Keaton    

interpreti
 
  • Buster Keaton: Johnnie Gray
  • Marion Mack: Annabelle Lee
  • Charles Smith: Padre di Annabelle
  • Frank Barnes: Fratello di Annabelle
  • Glen Cavender: Capitano Anderson
   
soggetto   Buster KeatonClyde Bruckman    
genere   Comico

                                
durata   70 minuti

   
dati tecnici   B/N
film muto

   
produzione   USA

   
anno   1924    
         

    

      
   

Lunedì Cinema Estate 2017



L'UOMO CHE PRENDE GLI SCHIAFFI 

(He Who gets slapped)



Regia di 

Victor Sjöström


(1924)




















     



Questa pellicola rappresenta forse il film più bello del regista svedese
 Sjöström, uno dei tanti che non sopravviverà al passaggio al sonoro ma che  avrà modo di essere ricordato per un’importante interpretazione (all’età di 78 anni) ne “il posto delle fragole” di Bergman. Altrove ho visto il titolo tradotto con “Colui che…” ma forse è uno dei tanti casi in cui la trasposizione in un’altra lingua non rende merito all’originale. La storia è tratta dall’omonima opera di Leonid Andreyev, autore teatrale che aveva lottato per la Rivoluzione Russa, ma che non aveva mancato di rendere nota la sua avversione ai bolscevichi. Per questi dissidi politici era stato costretto a scappare in Finalndia, dove si suiciderà nel 1919.

La vicenda si svolge in Francia dove Paul Beaumont (Lon Chaney), geniale scienziato, lavora ad una grande scoperta grazie all’aiuto economico del Barone Regnard (Marc McDermott, attore australiano che morirà a soli 47 anni per una cirrosi epatica) e il supporto morale dell’amata moglie. Paul riesce finalmente a dimostrare le sue teorie, ma il giorno in cui deve sottoporle all’Accademia delle Scienze con suo sommo stupore il Barone la presenta agli studiosi come sua. Indignato lo scienziato cerca di farsi giustizia ma viene schiaffeggiato da Regnard, additato come buffone e deriso da tutti i presenti. Tornato dalla sua amata Paul cerca conforto tra le sue braccia, ma viene presto a scoprire che anche lei l’ha tradito essendosi innamorata del malvagio barone. La moglie lo schiaffeggia e lo deride dandogli del clown, e rivela di essersi invaghita del Barone per il suo charme e la sua elevata disponibilità economica. Distrutto psicologicamente lo scienziato torna nel suo studio dove, ai limiti della pazzia, scoppia in una incontrollabile risata.
Passano cinque lunghi anni e Paul ha intrapreso una nuova carriera: quella di clown in un circo parigino. Ora è conosciuto come “He Who Gets Slapped” o, più brevemente, come He. Qui è la star dello spettacolo, durante il quale viene preso ripetutamente a schiaffi dagli altri buffoni e deriso da tutto il pubblico (tra i clown si vocifera ci fosse anche Bela Lugosi, ma la notizia non è mai stata confermata). Ma non ci sono solo clown nel circo, un altro spettacolo molto importante è portato avanti dall’acrobota Bezano (John Gilbert, una delle stelle più brillanti di Hollywood che ricordo nella “Vedova allegra”dell’eccentrico Von Stroheim), che esegue le sue evoluzioni in groppa al suo cavallo. A lui si aggiunge la figlia del decaduto Conte Mancini (Tully Marshall), la splendida Consuelo(Norma Shearer, che vincerà l’oscar come migliore attrice nel 1930 con “la divorziata“). Tra i due ragazzi nasce subito l’amore, ma non tutto va come dovrebbe…
(...)
Un film drammatico, un inno all’amore e alla sincerità. Un invito a vivere in maniera semplice, lontano dalla tanto attuale “prostituzione sentimentale” in cambio di vile denaro. Come sempre accade in questi  film, la morale non lascia mai la storia, ma ne è la forza e il motore.

A livello tecnico, ho notato con interesse, in tutta la mia ignoranza in questo campo, gli espedienti scenici degli inframezzi tra una scena e l’altra, forse invecchiati un pochino male, e che all’inizio della pellicola mi hanno quasi destabilizzato. Molto bella è invece la scelta di alternare le scene di amore tra i due acrobati e il contemporaneo ordimento del diabolico piano da parte dei due “nobili” (sarebbe più giusto dire malviventi), espediente che viene ripreso nelle scene finali del film. Stupendo anche l’uso simbolico del piccolo cuore di stoffa che He porta sempre con sé.
Per quanto riguarda l’interpretazione penso sia una delle migliori da parte del grandissimo Lon Chaney, che riesce a rendere nel migliore dei modi lo stato d’animo dello scienziato prima e del clown poi, dando una grande dimostrazione della sua straordinaria mimica, acquisita fin da piccolo quando doveva dialogare con i genitori, entrambi sordomuti. Ottime anche le interpretazioni di Gilbert e della Shearer, che si confermano due ottimi attori, in particolare Gilbert (sempre a suo agio nei panni del farfallone).
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Nel complesso un film estremamente bello, dimostrazione evidente (e non celata nel “lavoro sporco” come può avvenire in altri film) della bravura di Lon Chaney. Grande lavoro da parte del regista Sjöström che riesce a fondere al meglio le tecniche svedesi/europee a quelle americane.

Sicuramente un film che non può essere evitato dai grandi amanti del cinema muto, ma ho qualche riserve nel consigliarlo a un non appassionato, in quanto risente a tratti degli anni trascorsi.



da: https://emutofu.com - E muto fu - Viaggio attraverso il cinema muto

   


Lunedì Cinema Estate 2017

           L'uomo che prende gli schiaffi - He Who Gets Slapped   
titolo originale       He Who Gets Slapped    
regia   Victor Sjöström    

interpreti
 
  • Lon Chaney: He Who Gets Slapped
  • Norma Shearer: Consuelo
  • John Gilbert: Bezano
  • Ruth King: la moglie di He
  • Marc MacDermott: Barone Regnard
  • Ford Sterling: Tricaud, un clown
  • Tully Marshall: Conte Mancini
  • Edward Arnold:
  • Bartine Burkett
  • Harvey Clarke: Briquet
  • Clyde Cook: un clown
  • Carrie Daumery:
  • George Davis: un clown
  • Paulette Duval: Zinida
  • Joseph Hazelton:
  • Brandon Hurst: un clown
  • Bela Lugosi: comparsa, un clown (non confermato)
  • Mike Ragan
  • Erik Stocklassa: Ringmaster (non accreditato)
   
soggetto   dall’opera teatrale He Who Gets Slapped di Leonid Andreyev

   
genere   Drammatico

   
durata   71 minuti

   
dati tecnici   B/N
rapporto: 1,33 : 1
film muto

   
produzione   USA

   
anno   1924    
         

    

Informazioni aggiuntive